Guida all'Ascolto del 12 e 13 gennaio 2019

Il programma di questo concerto, come una sorta di cerchio magico di cui non si sa dove sia l’inizio e dove la fine, rivela in ogni sua parte una stessa identità ed un unico grande modello culturale: il Mediterraneo e la sua cultura popolare.

La città che tutto unisce è Napoli e la danza che tutto accomuna è la Tarantella (Il nome “tarantella” deriva da “taranta”, termine che indicava la tarantola o Lycosa tarentula, un ragno velenoso), un ritmo tribale di origine greca e romana che si danzava nelle feste pubbliche pagane, e che poi, con l’avvento del medioevo, venne identificato come pratica di guarigione, una sorta di esorcismo per scacciare i demoni rappresentati simbolicamente dal veleno del ragno.

La tarantella rappresenta una parte assai importante della cultura contadina arcaica, ed è stata fortemente legata alle favole e ai riti della terra, della fertilità e degli astri. Con il passare del tempo, la tarantella, lentamente, si modifica tramandandosi oralmente di generazione in generazione soprattutto nel Sud dell’Italia, e si evolve nella sua funzione ora di ballo collettivo o di coppia, ora di processione nelle feste rituali, ora di ritmo e di forma musicale e poetica per le serenate sotto la finestra dell’innamorata, ed infine di violento esorcismo guaritore che - con l’urto viscerale del ritmo e della percussione e il virtuosismo ipnotico e circolare del violino  – provoca l’esplosione catartica dei sensi e dei sentimenti.

Bisognerà poi attendere i grandi coreografi di fine Ottocento per vedere sul palcoscenico di un Teatro la danza della tarantella, che, nell’immaginario collettivo, è, per antonomasia, un’esclusiva napoletana, ma che - in realtà – in Italia nasce in Sicilia, si trasforma in Puglia nella Pizzica, si trasmette col suo ritmo ternario in Calabria, Grecia e nel Medio oriente, e si sublima nella danza napoletana universalmente nota, sorella agile e leggera della più tellurica e ostinata tammurriata.

In quel continuo e fertile travaso bilaterale fra cultura egemone e subalterna, fra musica colta e popolare, la tarantella è entrata da protagonista in tantissime partiture celebri di illustri compositori; già se ne intravede la silhouette nelle Gighe barocche e poi - attraversando l’intera storia della musica colta occidentale - si insinua da protagonista tra le pagine di Liszt, Chopin, Schubert, Rossini, Stravinskij, Mendelsshon, Ciaikovsky e molti altri, portando con sé un enorme contributo di sfrenata allegria, voglia di vivere e resistenza feroce alle fatiche della vita e del mondo.

 

Rossini, dopo un breve ed intensissimo periodo creativo nel quale musicò decine di opere liriche, dalle farse alle commedie, dalle tragedie alle opere serie e semiserie, sfornando capolavori assoluti come Il Barbiere di Siviglia, La gazza ladra, Mosè, Guglielmo Tell, per citarne solo alcuni, improvvisamente, dopo Il 1829, depose penna e carta pentagrammata e smise di comporre.

Una ventina di anni di attività forsennata, poi, il silenzio e la sua ipocondria, ravvivata solo un po’ dalla buona cucina e dalle sue ricette. Ma gli affetti delle persone care lo portarono talvolta a rompere questo “silenzio musicale”, con quelli che lui chiamò con umorismo “peccati di vecchiaia”.
Nacquero allora alcuni capolavori, soprattutto religiosi: lo Stabat Mater (1841) e in particolare La Petite Messe Solennelle (1863), per coro, armonium e doppio pianoforte, una delle opere più belle di musica sacra mai scritte. Tra i “péchés de vieillesse” si devono ricordare anche Les Soirées Musicales” (1835), dodici canzoni per voce e pianoforte, di vario carattere, dall'aulico al popolaresco, dal sentimentale al drammatico, e tra queste brilla per vivacità e inventiva la celeberrima tarantella napoletana, intitolata La Danza su versi del Conte Carlo Pepoli, famosa anche come la Tarantella di Rossini che ispirò numerosi illustri compositori, fu arrangiata per diversi organici e – nella sua versione pianistica – era nel programma di sala del mio primo concerto pubblico a Roma nel ’74 presso l’Oratorio del Caravita…

 

La tarantella è entrata prepotentemente nella mia vita quando, poco più che ventenne, scoprii La Terra del Rimorso di Ernesto De Martino, studiai con Diego Carpitella poco prima della sua scomparsa ed entrai nel magico mondo dell’antropologia culturale, pensando che prima o poi avrei composto un’opera sui ritmi e i versi della taranta (Santu Paulu meu delle tarante…) ritrovandone poi i ritmi nelle manifestazioni politiche degli anni ’70, negli slogan della Curva Sud, alla base della mitica Bocca di Rosa, alle radici di tutta l’opera di Roberto De Simone, e nelle mie stesse mani ogni volta che – insieme agli amici – improvvisavamo qualcosa di coinvolgente cantando e suonando con qualsiasi oggetto avessimo a disposizione.

 

Poi un giorno, nel ’82, dopo aver iniziato ormai da tempo un’attività di artista promotore e divulgatore musicale a Roma, mi trovai a dirigere lo Stabat Mater di Boccherini (grande cultore di danze popolari italiane e spagnole del ‘700…), il tenore solista era un giovane di belle speranze, un tal Nando Citarella…

Da allora nacque tra noi un’amicizia fraterna ormai più che trentennale ed una collaborazione che – oltre a molte decine di concerti – ci ha portato a scrivere insieme due opere: Itaca e Le Avventure di Pulcinella e Karagoz, che – commissionatami dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia - riscosse a Roma enorme successo; nonchè diverse canzoni e danze, sempre legate alle tradizioni popolari e raccolte in numerosi CD in commercio dagli anni ’80.

 

Da sempre innamorato della cultura levantina greca e turca, nel ’97 mi tuffai con entusiasmo in questa avventura creativa intorno a Pulcinella e Karagoz, studiando documenti e registrazioni relative al teatro delle ombre turche e greche - Karagoz per i turchi è una maschera nata a Bursa (in Turchia), mentre per i greci Karagjosis (lo stesso personaggio) è una maschera nata a Thessaloniki (in Grecia)… - ed immaginai una sorta di incontro tra le due maschere, uno scambio di oggetti culturali, di immagini, ritmi, suoni, colori che rappresentavano un gioioso abbraccio tra le due figure ed un progetto di integrazione tra le due culture, quella napoletana e quella greco – turca, inseguendo una fratellanza che ancora oggi costituisce un progetto, un’utopia, un dovere.

Venne fuori una festosa opera multimediale con attori, cantanti, danzatori, teatro delle ombre e videoproiezioni, con libretto di Nando Citarella e musiche mie da me dirette nel ’98 nell’ambito della stagione Santa Cecilia per i bambini.

 

Alcuni anni dopo mi fu richiesta un’elaborazione orchestrale dell’opera, una sorta di Suite Sinfonica che dell’originale conserva solo una voce cantante e recitante e che musicalmente intende ricreare i colori sgargianti e le forti passioni delle culture coinvolte, alla ricerca di un nuovo linguaggio comune. Pulcinella and Karagoz suite ha avuto una discreta diffusione anche in Grecia e Turchia dove è stata diretta dal M° Cem Mansur.

 

Fin qui abbiamo presentato la tarantella, la danza, l’incontro tra un musicista classico come me ed un artista come Nando Citarella, studioso ed interprete delle più profonde tradizioni popolari, un desiderio reciproco di contaminazione ed integrazione con la voglia di rivisitare le radici culturali più remote con gli strumenti della musica colta e di ravvivarne le partiture con l’energia e la forza dirompente della musica popolare.

Distillando insieme Danza, Tarantella, Pulcinella, Napoli, Tradizioni Popolari e Musica Colta all’ennesima potenza e purezza, salta fuori come un genio dalla lampada il Pulcinella di Stravinskij, in tutta la sua eleganza levigata e la sua energia selvaggia: ispirandosi a musiche originali di Giovanni Battista Pergolesi, rivisitate dal grande Maestro russo con acuminati e taglienti strumenti compositivi, questa suite realizzava splendidamente il nostro progetto di contaminazione ed integrazione di generi musicali.

Le prime importanti composizioni di Stravinskij, dal L’Uccello di fuoco a Le Sacre du primtemps, nacquero sotto il segno dei Ballets Russes di Diaghilev. Anche l'idea di comporre Pulcinella scaturì da una passeggiata tra Stravinskij e Diaghilev, a Parigi, in un pomeriggio di primavera del 1919. L'impresario aveva avuto l'idea di creare uno spettacolo coreografico su musiche di Pergolesi, sulla scia della positiva esperienza del balletto Le donne di buon umore, con musiche di Scarlatti orchestrate da Vincenzo Tommasini, o della Boutique Fantasque, con musiche di Rossini orchestrate da Respighi. E suggerì al compositore di scrivere una partitura utilizzando alcune musiche di Pergolesi, in parte edite ma rare, in parte del tutto sconosciute. Dopo le prime esitazioni, Stravinskij cominciò a lavorare con piacere su «quei numerosi frammenti e brandelli di opere incompiute o appena abbozzate, che avevano avuto la fortuna di sfuggire ai filtri dei redattori accademici» e che gli facevano «sentire sempre di più la vera natura di quel musicista, e discernere in maniera sempre più netta la sua prossima parentela spirituale e, per così dire, sensoriale, con lui».

Oltre che dall'interesse per la musica di Pergolesi, per la gestualità, la vitalità ritmica e un certo gusto per il popolaresco che la contraddistinguono, Stravinskij fu attratto anche dalla presenza di Pablo Picasso e di Léonide Massine, che erano stati invitati a collaborare rispettivamente per le scene e i costumi, e per la coreografia. Il soggetto fu ricavato da uno scenario della Commedia dell'Arte, I quattro pulcinelli simili, scovato da Diaghilev alla Biblioteca Nazionale di Napoli: Pulcinella è amato da tutte le ragazze di Napoli, ma scatena la gelosia degli altri uomini che tramano per ucciderlo. Per comporre questo "balletto con voci e piccola orchestra" Stravinskij dunque attinse a pagine che all'epoca si credevano autenticamente di Pergolesi, e nella vasta produzione stravinskijana, il Pulcinella viene considerata l'opera capostipite della fase cosiddetta “Neoclassica”, l'esempio più eclatante della poetica dei recuperi della musica del passato.

Nella Suite orchestrale che ascolteremo stasera, Stravinskij eliminò tutte le parti vocali, che comunque non erano direttamente legate all'azione del balletto, sostituendole con linee strumentali - ad esempio la parte del tenore, nel secondo movimento, la Serenata, è sostituita dall'oboe - e riducendo i movimenti da 18 a 8 (con un dimezzamento complessivo della durata).

La Suite per orchestra ci appare come un concentrato delle caratteristiche musicali del balletto, la quintessenza del Neoclassicismo di Stravinskij, di quel geniale gioco di metamorfosi che gli permise di mantenere inalterate le linee melodiche dei frammenti originali, attenendosi anche per i bassi allo stile di Pergolesi, ma deformandone abilmente tutti gli altri parametri: armonia, ritmo, colori, contrappunti, inventando nuovi mirabili effetti ed impasti sonori, eliminando i clarinetti, trovando chimiche sorprendenti mescolando i suoni di legni e ottoni e utilizzando in modo rivoluzionario l’uso degli armonici negli archi e nei flauti.

 

Insomma, per me – che ho sempre amato gli incontri fra culture e linguaggi lontani nello spazio e nel tempo – un vero e proprio modello compositivo in cui due realtà diverse restano autonome e identificabili ma ognuna è imprescindibilmente impregnata dell’altra, creando neologismi con un vocabolario antico, raccontando storie vecchie con parole nuove.

 

Concludendo, in questo programma c’è un bel pezzo della mia vita di uomo e artista del Sud: le città che forse più amo - Napoli, Atene e Istanbul - il mio più caro amico musicista, i ritmi della mia gioventù immersa tra passioni politiche, calcistiche e musicali, la passione per le contaminazioni tra echi di voci lontane (una volta volevamo cambiare il mondo, oggi ci limitiamo a descriverlo con passione), il mio primo concerto, il trionfo di una parte di Sud del Mondo.

Infine, sono presenti due Suites sinfoniche tratte entrambe da opere più complesse, intessute di musica, danza e poesia.

 

Buon ascolto e Buon Anno.

 

   Luciano Bellini