Guida all'ascolto 15-17 febbraio

Max BRUCH (Colonia, 1838 – Friedenau, Berlino, 1920)
Concerto n.1 in sol minore per violino e orchestra op.26
Vorspiel (Allegro moderato), un poco più vivo, tempo I – Adagio – Finale (Allegro energico)
 
Della vasta produzione sinfonico-corale di Max Bruch sono rimasti nel repertorio pochissimi lavori, il più famoso dei quali è il Concerto in sol minore per violino e orchestra, il primo dei tre concerti scritti per uno strumento per il quale il compositore mostrò un’indubbia predilezione, probabilmente anche per l’amicizia che lo legò a due grandissimi interpreti della sua epoca come Joseph Joachim e Pablo de Sarasate, destinatari di diverse sue composizioni.
A Joachim fu dedicato il Concerto n.1, lavoro che conobbe una gestazione alquanto laboriosa e la cui stesura risale agli anni compresi tra il 1864 e il 1868. Dopo una prima esecuzione tenutasi a Coblenza nel 1866, il concerto conobbe una nuova revisione (se ne contano più di dodici) arricchita dai preziosi consigli di Joachim (a cui una decina di anni più tardi anche Brahms dedicherà il suo concerto), il quale lo eseguì nella sua forma definitiva a Brema il 7 gennaio del 1868. Da allora il Concerto in sol minore è entrato nel repertorio come una delle pagine più eseguite dai solisti di tutto il mondo e più amate dal pubblico.
L’inizio del concerto vede l’immediata presentazione del solista con delle cadenze che forniscono l’impronta quasi rapsodica del primo movimento, non a caso intitolato Vorspiele (Preludio). La melodia appassionata esposta dal violino dopo l’introduzione è accompagnata dal pizzicato dei bassi, il cui ritmo sembra evocare il battito cardiaco, e in tutto il movimento si alternano passaggi virtuosistici ad altri di grande cantabilità in cui. Un canto delicato ed espressivo caratterizza l’Adagio, mentre nel Finale è raccolta tutta l’energia ritmica e melodica in cui il solista ha la possibilità di mettere in mostra le proprie qualità tecniche ed espressive.
Felix MENDELSSOHN-BARTHOLDY (Amburgo, 1809 – Lipsia, 1847)
Sinfonia n.3 in la minore op.56 “Scozzese”
Andante con moto. Allegro un poco agitato. Assai animato – Vivace non troppo – Adagio – Allegro vivacissimo. Allegro maestoso assai
 
La Sinfonia in la minore op.56 “Scozzese” e la “gemella” Sinfonia “Italiana” sono i due lavori per orchestra più conosciuti e frequentati della produzione di Mendelssohn, che trovò nelle impressioni ricevute nei viaggi intrapresi in Europa felicissime fonti di ispirazione.
L’idea di scrivere questa sinfonia nacque dopo il suo viaggio in Scozia del 1829, terra che affascinò non poco il compositore e che ispirò quella che è considerata probabilmente l’opera sinfonica più rappresentativa della sua arte e la più matura (a dispetto della numerazione, la “Scozzese” fu l’ultima a essere scritta in ordine cronologico).
Il progetto maturò negli anni e vide la sua conclusione solo nel 1842, quando il 3 marzo di quell’anno ci fu la prima esecuzione al Gewandhaus di Lipsia sotto la direzione dell’autore, mentre la pubblicazione avvenne l’anno successivo con la dedica alla regina Vittoria.
La Sinfonia fu concepita per essere eseguita senza soluzione di continuità tra i movimenti che la compongono, come indicato in partitura dall’autore, seguendo un’idea musicale unitaria della composizione.
L’Andante con moto iniziale ha un carattere solenne e, oltre ad avere una funzione introduttiva, garantisce proprio quell’unitarietà all’intero lavoro, ricomparendo ciclicamente anche negli altri movimenti. Da qui prende il via l’Allegro un poco agitato caratterizzato da due temi carichi di un’inquietudine e di una tensione drammatica che percorrono tutto il movimento.
Il Vivace non troppo che segue è aperto dal clarinetto, che espone il brillante tema di ispirazione popolare la cui cellula ritmico-melodica informa tutto il secondo movimento, che nell’impianto sinfonico assolve la funzione di scherzo.
L’Adagio è una delle pagine più ispirate della produzione sinfonica di Mendelssohn e si gioca sulla contrapposizione tra la dolce cantabilità del tema esposto inizialmente dagli archi con un secondo motivo introdotto dai fiati di carattere cupo e dall’andamento di marcia funebre, elementi tematici impreziositi dal sapiente uso che Mendelssohn fa dei timbri strumentali.
L’Allegro vivacissimo finale è caratterizzato da una grande energia ritmica e dall’elaborazione molto varia del materiale musicale, in un discorso ricco di contrasti ritmici e dinamici e di elaborazioni contrappuntistiche. La conclusione della Sinfonia è affidata a un trionfale Allegro maestoso assai il cui tema è derivato dall’introduzione, a chiudere un percorso che, fino all’ultimo, è organizzato per fornire all’ascoltatore la varietà nella continuità del fluire musicale.

Gianluca Sulli