Guida all'ascolto 30-31 marzo

 LUDWIG VAN BEETHOVEN

Ouverture op. 43 “Le creature di Prometeo”

Nel catalogo delle opere di Beethoven un posto non secondario occupano le 11 ouvertures scritte per balletti, commedie e per la sua unica opera Fidelio. L’Ouverture op. 43 fu la prima nel genere, composta tra il 1800 e il 1801per il balletto Le creature di Prometeo del grande coreografo Salvatore Viganò (Napoli, 1769 - Milano,1821), andato in scena a Vienna il 28 marzo 1801. Alla sua prima rappresentazione il balletto fu sicuramente apprezzato più per la coreografia che per la musica di Beethoven, di fatto presto dimenticata e di cui è rimasta nel repertorio solo l’Ouverture. La critica dell’epoca, infatti, non fu tenera nei confronti del compositore di Bonn, imputando alla sua musica di essere troppo erudita e poco adatta ad un balletto; non sfuggì a questo appunto neanche l’Ouverture, non per il valore della musica ma per il fatto di essere fuori contesto, ritenuta invece più adatta a introdurre una grande opera. Scritta immediatamente dopo la Sinfonia n.1, con la quale condivide la tonalità di do maggiore, l’Ouverture mostra la grande vigoria ritmica del Beethoven giovanile, la cui musica è animata da un fluire musicale brillante e da un’inesauribile freschezza inventiva. L’Adagio introduttivo, composto di sole 16 battute, si apre con una serie di accordi in fortissimo a piena orchestra che immettono immediatamente nel clima sonoro del brano. Segue un tema cantabile esposto dagli oboi che conduce all’Allegro molto con brio, strutturato secondo lo schema di forma-sonata. Qui il rapido tema iniziale dei violini conferisce il carattere vivace e leggero a quella che è diventata una pagina molto frequentata del catalogo beethoveniano nei programmi da concerto delle orchestre di tutto il mondo.

 

HENRYK WIENIAWSKI

Concerto n.1 in fa diesis minore op. 14 per violino e orchestra

Il virtuosismo trascendentale, espressione delle capacità stupefacenti e “diaboliche” del grande strumentista, oltre a influire sul piano sociologico facendo del momento del concerto un rito spettacolare, fu uno degli aspetti che incise sulla coscienza romantica dell’Ottocento europeo. Se fu con Niccolò Paganini che si impose la figura del virtuoso-compositore, impegnato nel conciliare l’esigenza dell’espressione artistica con l’esibizione di capacità esecutive quasi soprannaturali (che favorì la sperimentazione di tecniche strumentali ed espressive mai viste prima), altri musicisti seguirono quello stesso percorso nel corso dell’Ottocento e fino ai primi decenni del XX secolo. A questa categoria appartiene anche il polacco Hernyk Wieniawski che, con lo spagnolo Pablo de Sarasate (di pochi anni più giovane), fu la figura più significativa tra i violinisti del periodo post-paganiniano.

Nella formazione di Wieniawski ebbe un ruolo importante l’ambiente musicale francese, (portò a termine gli studi ancora giovanissimo nel Conservatorio di Parigi), di cui è evidente l’influenza nelle composizioni, tutte dedicate al proprio strumento (in gran parte brani per violino e pianoforte), in cui spiccano per importanza i lavori per violino e orchestra, sette in tutto, tra i quali due Concerti. Proprio in questi ultimi è possibile cogliere, soprattutto nei movimenti lenti, anche la componente slava del linguaggio del compositore, in cui l’aspetto più interessante e originale è legato all’uso di tutte quelle tecniche esecutive che lo resero celebre al tempo: armonici semplici e doppi, passaggi veloci in doppie corde, staccato rapidissimo e passaggi virtuosistici nelle posizione sovracute. Tali tecniche si ritrovano nel Concerto n.1 in fa diesis minore op. 14, composto nel 1852 con dedica al re Federico Guglielmo IV di Prussia ed eseguito per la prima volta a Lipsia nel 1853. Rispetto al più famoso Concerto n.2 op.22, il Concerto n.1 conosce una frequentazione più rara da parte dei violinisti, forse anche per l’estrema difficoltà della parte solistica. Questa è evidente soprattutto nel primo movimento (Allegro moderato), in cui i due temi conoscono elaborazioni e ornamentazioni che chiamano il solista a evoluzioni funamboliche, culminanti nella cadenza in cui il registro acuto del violino è esplorato in tutte le sue possibilità sonore. Il secondo movimento (Preghiera. Larghetto) si pone come un intermezzo di carattere lirico, di dolce cantabilità, in cui hanno una particolare rilevanza gli interventi degli strumenti a fiato, in un’orchestrazione che non è mai banale né scontata. Chiude un Rondò vivace, che alterna momenti virtuosistici ad altri più cantabili ed espressivi, ma dove comunque il solista è sempre chiamato a un grande impegno dal punto di vista tecnico, in una vera e propria sfida che conduce ad un risultato di grande effetto sul pubblico.

 

 

LUDWIG VAN BEETHOVEN

Sinfonia n. 1 in do maggiore op. 21

Il genere sinfonico rappresenta la massima espressione della creatività beethoveniana. Scritta tra il 1799 e il 1800, la Sinfonia n.1 fu eseguita per la prima volta il 2 aprile del 1800 a Vienna e pubblicata nel 1801 con la dedica al Barone von Swieten. È solo alla soglia dei trent’anni, quindi, che Beethoven decide di cimentarsi con i modelli sinfonici di Haydn e Mozart, da lui stesso eletti come fondamentali punti di riferimento. La Prima Sinfonia si pone dunque in una posizione tutta particolare, rappresentando nello stesso tempo il punto di arrivo della sinfonia classica e l’avvio di una nuova direttrice nel genere. Dal punto di vista strutturale quest’opera ricalca le sinfonie di Haydn e Mozart, con la suddivisione in quattro movimenti e con un tempo lento e un minuetto che separano i tempi estremi di carattere vivace. Beethoven mostra inoltre una particolare predilezione per lo schema della forma-sonata che qui è adottato, oltre che per l’Allegro iniziale, anche per l’Andante cantabile con moto e per l’Allegro molto vivace finale. Il Minuetto conserva di questa danza solo il nome, in quanto la rapidità del tempo e l’aggressività ritmica lo fanno diventare un vero e proprio scherzo. Anche l’organico orchestrale è quello affermatosi con il modello della sinfonia classica, ma è già evidente il nuovo trattamento che il compositore riserva ai vari strumenti dell’orchestra. La strumentazione beethoveniana, infatti, è caratterizzata non tanto dall’introduzione di nuovi strumenti, quanto piuttosto dal loro impiego inedito e significativo. Per Beethoven alcuni strumenti hanno caratteri espressivi ben precisi che egli utilizza secondo le esigenze del momento: così, ad esempio, se l’oboe è da lui considerato brillante e gioioso, qualora il suo suono gaio dovesse risultare fuori luogo nel contesto di un determinato momento della composizione, farà largo al clarinetto. Questa partecipazione di tutti gli strumenti all’evento musicale costituisce l’elemento nuovo dell’orchestrazione beethoveniana; ma ciò doveva produrre un effetto non sempre gradito ai suoi contemporanei. A tal proposito risulta interessante il resoconto di un critico presente alla prima esecuzione della Prima Sinfonia: “Il concerto terminò con una sinfonia di sua composizione che mostrava una grande arte, novità e moltissime idee; ci fu però un uso esagerato dei legni, sì da sembrare più una composizione per banda di fiati che un lavoro per grande orchestra”. Certamente la Sinfonia n.1 procura un effetto diverso nell’ascoltatore moderno.