Guida all'ascolto 26-27 gennaio 2019

RICHARD WAGNER (Lipsia, 1813 – Venezia, 1883)
Idillio di Sigfrido
 
Terminato il 4 dicembre del 1870, l’Idillio di Sigfrido ebbe la sua prima esecuzione nella residenza di Tribschen sotto la direzione dell’autore il giorno di Natale di quell’anno, come regalo di compleanno per la moglie Cosima. Il Sigfried che compare nel titolo della composizione non è l’eroe della celebre Tetralogia, ma il terzogenito di Wagner, nato nell’estate del 1869.
A differenza delle strutture imponenti e degli sgargianti colori orchestrali delle partiture operistiche, l’Idillio si distingue per l’intimità e la dolcezza del suo carattere musicale: una pagina di delicata raffinatezza in cui si ritrovano echi tematici tratti dall’Anello del Nibelungo, che vengono combinati in un abile gioco contrappuntistico e in una dimensione sonora raccolta ed elegante.
L’organico strumentale è infatti quasi cameristico e le parti degli archi possono essere suonate anche a parti reali (cioè dalle sole prime parti soliste), come del resto avvenne in occasione della prima esecuzione.
 
 
Wolfgang Amadeus MOZART (Salisburgo, 1756 – Vienna, 1791)
Concerto n.23 in la maggiore per pianoforte e orchestra K. 488
Allegro – Adagio – Allegro assai
 
Nella produzione per strumento solista e orchestra, i concerti per pianoforte costituiscono numericamente la parte predominante nel catalogo mozartiano, essendo soprattutto destinati ad alimentare il repertorio del Mozart concertista che si esibiva nelle accademie settimanali per l’entusiasta pubblico viennese.
Al periodo compreso tra il 1784 e il 1786 risalgono i 12 grandi concerti scritti a Vienna, dei quali il Concerto n.23 K.488 è uno degli ultimi in ordine cronologico (fu completato nel marzo del 1786) e rappresenta una delle vette artistiche assolute nel genere.
Nel Concerto K.488 alcuni dei caratteri comuni a tutta la produzione concertistica mozartiana raggiungono il livello della perfezione: il trattamento brillante della parte solistica e il dialogo costante con l’orchestra, la ricchezza dei temi, la cura della forma, fanno di questo lavoro una delle pagine più amate del genio salisburghese.
Nell’orchestrazione Mozart rinuncia alla marzialità di trombe e timpani, così come esclude anche gli oboi, sostituendoli con i clarinetti, affidandosi dunque a un colore orchestrale nuovo per i concerti per pianoforte.
Il primo movimento, che si apre con un’ampia ed elaborata introduzione orchestrale, ricorda nel primo tema l’incipit del Concerto per clarinetto K622, ma anche del Quintetto per clarinetto e archi K.581, anch’essi scritti nella stessa luminosa tonalità di la maggiore e con le stesse note iniziali (mi-do diesis) in un intervallo di terza discendente, quasi a ricalcare un codice da cui prende vita il rassicurante e sereno motivo iniziale dell’Allegro, il cui equilibrio costruttivo e la tensione creata nel dialogo con l’orchestra sfociano nella cadenza scritta interamente da Mozart (e non lasciata all’estro dei solisti).
L’Adagio è il cuore stesso del Concerto, con l’intenso tema principale esposto dal solista cui fa eco la risposta malinconica e struggente dell’orchestra, in cui i timbri del clarinetto e del flauto assumono un ruolo decisivo nella determinazione del clima in cui si svolge il dialogo con il pianoforte.  Clima che torna sereno nel brillante Allegro assai finale, in cui la scrittura si fa vivace e virtuosistica e il dialogo con l’orchestra è ricco di spunti, in alcuni casi quasi umoristici, in un discorso spensierato e gioioso.
 
Erwin SCHULHOFF (Praga, 1894 – Wülzburg, 1942)
Suite per orchestra da camera
  1. Ragtime
  2. Valse Boston
  3. Tango
  4. Shimmy
  5. Step
  6. Jazz
Compositore e pianista cecoslovacco di origine ebraica, Erwin Schuloff ebbe una solida formazione musicale studiando nei Conservatori di Praga, Vienna, Lipsia e Colonia. Mostrò presto il suo talento vincendo per due volte il Premio Felix Mendelssohn, nel 1913 come pianista e nel 1918 come compositore.
Fino al 1923 visse in Germania, ma l’avvento del nazismo lo costrinse a lavorare soprattutto a Praga, dove fu attivo come pianista, tenne corsi al conservatorio e fece parte della direzione della Radio ceca. Nel 1941 ottenne la nazionalità sovietica, ma l’invasione della Russia da parte delle armate tedesche non consentì il suo trasferimento; fu arrestato in quanto ebreo e comunista e deportato nel campo di concentramento di Wülzburg, in Baviera, dove morì nell’agosto del 1942.
La Suite per orchestra da camera fu composta nel 1921 e testimonia la grande passione di Schuloff per il jazz e la musica popolare americana. I brani che compongono la Suite si rifanno infatti a quel linguaggio: dal Ragtime iniziale al Valse Boston (una specie di valzer lento apparso in America nell’800 e che ebbe una discreta fortuna fino alla Prima Guerra Mondiale), allo Shimmy (simile al Fox Trot), al Jazz finale, passando per un Tango, che all’epoca affascinava molti compositori “colti”.
All’ascolto, la musica di Schuloff presenta un innegabile fascino, frutto del lavoro di un musicista raffinato, capace di sedurre con un abile trattamento dei timbri strumentali e del ritmo (da sottolineare l’importanza che nella sua produzione rivestono le percussioni, che nella Suite sono protagoniste esclusive del breve Step).
Negli anni ’30 il suo stile si evolve accogliendo stimoli e influenze impressioniste, espressioniste e neoclassiche e la sua produzione - che oggi conosce una riscoperta e una giusta valorizzazione - ci mostra uno dei più interessanti musicisti europei attivi nel periodo a cavallo tra i due conflitti mondiali.
 
Gustav MAHLER (Kaliště, Boemia, 1860 – Vienna, 1911)
Adagietto dalla Sinfonia n.5 in do diesis minore
 
Scritta tra il 1901 e il 1902, la Sinfonia n.5 ebbe la sua prima esecuzione il 18 ottobre 1904, ma Mahler, evidentemente animato dalla necessità di fare chiarezza sulle nuove posizioni cui era giunto il proprio percorso compositivo, apportò modifiche e correzioni alla partitura fino alla versione definitiva del 1911.
La Sinfonia riflette la condizione umana del compositore, ormai nell’ultima fase della sua pur giovane vita, diventato persona influente nella vita culturale viennese dell’epoca e celebrato direttore d’orchestra. Reduce da un grave problema di salute che lo portò a sfiorare la morte nel 1901, Mahler riversa nella Sinfonia l’angoscia legata a questa esperienza, evidente soprattutto nella prima parte della composizione di cui fanno parte i primi due movimenti, la Marcia funebre e il Tempestosamente animato.
Dopo l’ampio Scherzo centrale, l’Adagietto si presenta come una romanza senza parole, con una lunga e intensa melodia condotta dai soli archi, protagonisti esclusivi dell’intero movimento con l’accompagnamento discreto dell’arpa. E’ un momento contemplativo e introspettivo all’interno della Sinfonia, una pagina di intenso lirismo in cui l’inventiva di Mahler tocca uno dei vertici della propria arte. La potenza evocativa di questa musica e la sua capacità di far vibrare le corde emozionali dell’ascoltatore, ne hanno fatto uno dei brani più celebri di tutto il grande repertorio sinfonico, tanto che non di rado, come nel presente programma musicale, esso viene proposto da solo, estrapolato dal contesto dell’imponente impianto sinfonico cui appartiene.

Gianluca Sulli