Guida all'ascolto - J. S. Bach I concerti per violino e orchestra

La maggior parte delle opere strumentali di natura secolare di Johann Sebastian Bach (1685-1750), come ad esempio i Concerti Brandeburghesi, le Suites per violoncello, la Partita per flauto e le Suites per orchestra, risale al periodo della sua permanenza a Köthen, dove rivestiva la carica di maestro di cappella presso la corte del principe Leopoldo, squisito intenditore di musica e musicista egli stesso. Tale predilezione per la musica strumentale profana è dovuta alla fede calvinista del mecenate, la cui liturgia concedeva alla musica un ruolo estremamente limitato. In questo contesto Bach, che oltretutto poteva disporre dell’ottimo violinista di corte Joseph Spiess, rivolse un'attenzione particolare al violino, sia come strumento concertante nelle composizioni orchestrali, sia come solista. Nacquero così negli anni di Köthen, fra il 1717 e il 1723, le sei Suites e le Partite per violino, le Sonate per violino e basso continuo, ed anche un imprecisato numero di Concerti per uno o più violini e orchestra - la maggior parte dei quali oggi perduta - giunti fino a noi nelle trascrizioni per uno o più cembali che Bach effettuò negli anni lipsiensi, in cui era alla guida del Collegium Musicum fondato da Telemann (1681-1767). A differenza dei Concerti brandeburghesi, rispondenti a criteri formali, stilistici e strumentali di volta in volta diversi, i Concerti per violino che ascolteremo questa sera costituiscono un blocco omogeneo dal punto di vista dell’organico strumentale, della forma tripartita (Allegro – Adagio – Allegro) e dello stile, ascrivibile alla tradizione del concerto barocco italiano. Diversamente dal più tardo concerto classico viennese, basato sul concetto di sviluppo progressivo generato da precisi rapporti tonali e da una dialettica tra i temi, alla base del concerto barocco si pone l’idea tipicamente seicentesca della simmetria architettonica: i molteplici materiali musicali, presentati tutti inizialmente dall’orchestra e riproposti identici a sé stessi nei ritornelli, si alternano in modo regolare agli interventi del solista che, con una scrittura molto ornamentata derivante da un’originaria pratica improvvisativa, ne esplorano ed illuminano le possibilità di elaborazione. La ripresa letterale del ritornello iniziale completa il movimento con un percorso circolare. Bach, profondo conoscitore del concerto barocco italiano così come era stato elaborato alla fine del ‘600 da Alessandro (1673-1747) e Benedetto Marcello (1686-1739), Giuseppe Torelli (1658-1709) e Antonio Vivaldi (1678-1741), di cui conosceva l’edizione a stampa de L’Estro Armonico op.3, fonde nei suoi Concerti le caratteristiche del modello italiano con l’elaborazione contrappuntistica di tradizione tedesca.

Al perentorio ed energico incipit orchestrale del Concerto per violino e archi in la minore BWV 1041, seguono altre quattro idee melodiche meno discontinue, a partire dalle quali si organizza l’intero movimento. Il violino solo ripropone la frase iniziale dell’orchestra elaborandola in una linea melodica molto fiorita che si espande verso l’acuto, alla quale seguono fluide sequenze di progressioni. L’interazione tra orchestra e solista crea un fitto tessuto contrappuntistico. L’Adagio centrale, in un sereno do maggiore che contrasta con il modo minore dei due tempi veloci, si rifà all’adagio cantilena anch’esso di derivazione italiana. Il solista traccia una struggente linea melodica ispirata ai virtuosismi delle opere vocali barocche, che si staglia sulla pulsazione regolare dell’orchestra, una figurazione ostinata nel registro grave dall’incedere lento e solenne. Il finale, Allegro assai, di nuovo in minore, è costruito su un vivace ritmo ternario di giga in forma di fugato. Il compatto tema orchestrale si alterna al più frastagliato motivo del solista, che mantiene il ritmo di giga ed elabora il materiale musicale in maniera più libera rispetto all’Allegro iniziale, fino a giungere alla ripresa del tema, in una fusione tra la rigorosa forma della fuga e quella del concerto.

Nel Concerto per due violini e orchestra in re maggiore BWV 1043 il dialogo, elemento su cui si basa la forma stessa del concerto, che deriva probabilmente la sua etimologia da “cum certare”, gareggiare insieme, diventa interessante grazie al moltiplicarsi delle possibilità di combinazione offerte dalle identiche caratteristiche timbriche dei due strumenti. Nel primo movimento, Vivace, l’orchestra propone una sola idea musicale che i due solisti elaborano immediatamente in fugato. Emerge qui il complesso e perfetto meccanismo di dialogo tra i due violini concertanti, che si muovono su un piano di parità scambiandosi trame e spunti melodici con assoluta disinvoltura, dando luogo ad una formidabile ricchezza contrappuntistica, vera cifra stilistica della scrittura bachiana. Il Largo ma non tanto comincia con un ritmo di siciliana in 12/8, ispirato alle forme vocali sia nella struttura tripartita dell’aria col da capo, sia nel fraseggio e nelle tecniche musicali. L’orchestra accompagna le linee melodiche dei solisti con un movimento molto regolare e ritmicamente scandito. L’Allegro finale, nonostante lo slancio ritmico, non impiega, inaspettatamente, un ritmo di danza ma un canone, abbastanza serrato sebbene non rigoroso, in cui i due solisti si seguono a brevissima distanza.

Concludiamo l’ascolto con l’altro concerto per violino giunto fino a noi nella versione originale, il Concerto in mi maggiore KWV 1042. L’incipit dell’Allegro, sul modello del concerto italiano di Vivaldi ed Albinoni, rompe il silenzio con un gesto tanto semplice (un arpeggio ascendente sui gradi principali della scala maggiore) quanto incisivo, che il solista riprenderà accompagnato da un controsoggetto orchestrale. Il rapporto tra orchestra e solista, basato su giochi di contrasti dinamici in cui i brevi interventi del violino solo hanno una funzione piuttosto concertante, è quasi di collaborazione piuttosto che di contrapposizione. La cantabilità violinistica predomina nell’Adagio, ispirato di nuovo a forme vocali. La linea melodica sinuosa e ipnotica cambia carattere continuamente, e gli abbellimenti, sorretti da una scansione regolare dell’orchestra, non ornano una melodia soggiacente ma sono essi stessi melodia. Il Concerto si conclude con un Allegro assai, costruito su una scrittura fugata e su un ritmo di giga (che Bach usa molto spesso nei suoi concerti), in cui il ritornello orchestrale ritmicamente molto scandito è inframmezzato da interventi solistici via via più virtuosistici.

Silvia Umile