Guida all'ascolto 9-10 marzo 2019

SERGEJ VASIL'EVIC RACHMANINOV (Oneg, Novgorod, 1873 – Beverly Hills, California, 1943)
Concerto n.2 in do minore per pianoforte e orchestra op.18
Moderato – Adagio sostenuto – Allegro scherzando

 

La carriera artistica di Rachmaninov fu caratterizzata più per i grandi successi ottenuti come pianista che per i riconoscimenti ricevuti come compositore, soprattutto da parte della critica che fu particolarmente avara di apprezzamenti e che per molto tempo si limitò a collocarlo semplicemente tra gli epigoni di Čaikovskij. Di quest’ultimo Rachmaninov – per sua stessa ammissione - fu peraltro fortemente influenzato nella produzione sinfonica giovanile a partire dalla fine degli anni ’80 dell’800. Questa prima fase creativa si concluse con il clamoroso insuccesso della Sinfonia n.1, episodio che gli procurò una profonda crisi depressiva a cui seguì un periodo di quattro anni di produzione pressoché nulla. Nel 1901 Rachmaninov portò a termine il Concerto n.2 per pianoforte e orchestra op.18, composizione che gli diede grande notorietà anche come autore e che è diventata la sua opera più amata dal pubblico. Dedicato al dottor Dahl, che lo aveva tenuto in cura, il concerto fu eseguito per la prima volta a Mosca sotto la direzione di Aleksander Siloti e con lo stesso Rachmaninov al pianoforte il 27 ottobre del 1901, dopo che otto mesi prima erano stati eseguiti dagli stessi interpreti solo il secondo e il terzo movimento.

Rachmaninov utilizzò le proprie capacità di interprete (fu uno dei più grandi pianisti del suo tempo) per la composizione, esplorando le possibilità tecniche dello strumento e combinando una scrittura avente momenti di grande virtuosismo per il solista con un’innata vocazione melodica, permeata da un intenso lirismo e con un gusto tutto personale per il colore orchestrale. Il Moderato iniziale si apre con una breve introduzione del pianoforte e si gioca sul contrasto molto efficace tra i due temi che lo caratterizzano. L’Adagio sostenuto che segue, pervaso dal fascino di una melodia sognante, è tripartito, con una parte centrale di sviluppo culminante in una cadenza del pianoforte e una successiva ripresa. L’Allegro scherzando finale, che alterna momenti brillanti con altri più cupi e malinconici, chiama il solista ad affrontare una scrittura virtuosistica che ne fa una pagina di grande effetto sul pubblico.

 

P'IL'IČ ČAIKOVSKIJ (Votkinsk, Urali, 1840 – Pietroburgo, 1893)
Sinfonia n. 4 in fa minore op.36
Andante sostenuto, Moderato con anima – Andantino in modo di canzona – Scherzo. Pizzicato ostinato – Finale (Allegro con fuoco)

 

La Sinfonia n. 4 in fa minore op. 36 rappresenta un punto di svolta in senso qualitativo nella produzione sinfonica di Čajkovskij. Scritta nel 1877 ed eseguita per la prima volta a Mosca il 10 febbraio 1878 sotto la direzione di Nikolaj Rubinstein, la Sinfonia n.4 si caratterizza per l’impronta tragica e appassionata, di natura autobiografica, in cui si riflettono le vicende della tormentata vita del compositore, a partire dal fallimento del matrimonio con Antonina Miljukova che si concretizzò proprio in quel periodo. Fu lo stesso Čajkovskij a illustrare il significato da lui attribuito alla sinfonia in una famosa lettera alla sua amica mecenate Nadežda von Meck, lettera che vale la pena qui riportare nelle parti più significative in quanto rappresenta le più esaustiva tra le possibili note al programma.

«Nella nostra sinfonia questo è il programma […] L’introduzione è il germe di tutta la sinfonia, certamente l’idea principale. Questo è il fato, la forza fatale che impedisce lo slancio verso la felicità, che veglia gelosamente perché il benessere e la pace non siano sempre perfetti e senza nubi, che resta sospesa sulle nostre teste come una spada di Damocle e avvelena inesorabilmente e costantemente la nostra anima. È una forza invincibile, nessuno può dominarla. Non resta che rassegnarsi a una tristezza senza uscita. Il sentimento d’infelicità e disperazione cresce più forte e più ardente. Non è meglio distogliersi dalla realtà e immergersi nel sogno? O gioia! Ecco apparire, alla fine, un sogno dolce e gentile. Una figura umana felice e luminosa appare e ci invita a seguirla. Come è bello! Come sono lontani adesso i suoni dell’ossessivo primo tema dell’Allegro. I sogni a poco a poco avvolgono del tutto l’anima. Tutto ciò che è cupo e triste è dimenticato. Eccola, eccola… la felicità! No! Erano sogni e il fato ci risveglia. Così tutta la vita è un’interrotta alternativa di dura realtà, di sogni dolcemente passeggeri e visioni di felicità[…]

«Il secondo movimento della sinfonia esprime un’altra fase dell’angoscia. È lo stato malinconico che si prova la sera quando soli, stanchi del lavoro, ci si siede, si prende un libro… ma esso cade di mano. Ecco una torma di ricordi. È triste che, in ogni caso, così tanto sia passato e trascorso, anche se si ricorda con piacere la gioventù. Si rimpiange il passato, anche se non si desidera ricominciare la vita. La vita stanca. È gradevole riposare e guardarsi intorno. Si ricordano molte cose. Ci sono stati momenti felici quando il giovane sangue ribolliva, e la vita era soddisfacente. Ci sono stati momenti penosi, perdite irreparabili. Tutto è lontanissimo adesso. È triste, anche se talvolta è dolce immergersi nel passato.

«Il terzo movimento non esprime sentimenti definiti. È fatto di arabeschi capricciosi, di immagini inafferrabili, che passano nella fantasia quando si è bevuto un po’ di vino e si entra nella prima fase dell’ebbrezza. Non si è gioiosi né tristi. Non si pensa a nulla; si lascia libero corso all’immaginazione… e per diverse ragioni si comincia a raffigurarsi strane immagini. Fra queste improvvisamente si ricorda l’immagine di contadini ubriachi e una canzone di strada… Ancora, in lontananza, passa una marcia militare […] immagini strane, selvagge, incoerenti.

«Il quarto movimento. Se non si trovano motivi di gioia in se stessi, occorre guardare gli altri. Andare fra il popolo. Osservare quanto esso sia capace di divertirsi, abbandonarsi interamente a sentimenti gioiosi. Un quadro di grande festa popolare. Non appena si smette di pensare a se stessi e ci si lascia trasportare dallo spettacolo della gioia altrui, ecco il fato implacabile che riappare e ci riporta a se stesso. Ma gli altri non ci prestano attenzione. Essi non si sono nemmeno voltati, non ci hanno nemmeno dato un’occhiata, non hanno notato che siamo solitari e tristi. O, come sono allegri, come sono fortunati a provare sentimenti semplici e spontanei! Dobbiamo biasimare solo noi stessi; non dire che tutto è triste al mondo. Ci sono gioie semplici ma forti. Gioire della gioia altrui. Vivere è possibile!»

Gianluca Sulli