Guida all'ascolto 23 e 24 marzo

Johannes BRAHMS (Amburgo, 1833 – Vienna, 1897)
Serenata n.2 in la maggiore op. 16 per fiati, viola, violoncello e contrabbasso
Allegro moderato – Scherzo – Adagio non troppo – Quasi Menuetto – Rondò. Allegro
 
Antonin DVOŘÁK (Nelahozeves, 1841 – Praga, 1904)
Serenata in re minore op.44
Moderato, quasi marcia – Minuetto – Andante con moto – Finale. Allegro molto
 
 

Passano solo otto anni tra la nascita di Brahms e quella di Dvořák, legati in vita da un sincero rapporto di stima professionale e umana che nel 1874 ebbe effetti concreti per il secondo, destinatario di una borsa di studio statale ottenuta a Vienna grazie alla segnalazione di Brahms e Hanslick, riconoscimento che consentì a Dvořák di dedicarsi totalmente alla composizione.

Entrambi si misurarono con il genere della serenata, molto diffuso nell’area austro tedesca già nel diciottesimo secolo (Mozart scrisse grandissimi capolavori nel genere), che dall’originale esibizione vocale in omaggio alla propria amata, si trasformò presto in composizione destinata all’esecuzione serale all’aperto, con predilezione per gli strumenti a fiato, strutturata su vari movimenti, spesso delle danze, con una marcia introduttiva .

Composta tra il 1858 e il 1859 ed eseguita per la prima volta ad Amburgo il 10 febbraio del 1860 sotto la direzione dell’autore, la Serenata in la maggiore n.2 op. 16 è, con la Serenata n.1 in re maggiore op.11 scritta nello stesso periodo, tra i primi lavori sinfonici di Brahms, che da lì a poco inizierà la serie delle sinfonie, dei concerti e di altri brani con organici orchestrali di grandi dimensioni come le Variazioni su tema di Haydn e il Deutsche Requiem, che lo collocheranno tra i massimi compositori dell’Ottocento.

La lieta disposizione d’animo e il piacere procurato dalla composizione di quest’opera sono testimoniati dallo stesso Brahms nelle sue lettere a Clara Schumann e all’amico Joachim. Per questo brano il compositore sceglie un organico di piccole dimensioni, con la particolarità dell’esclusione dei violini a favore del colore scuro di viole, violoncelli e contrabbassi, unitamente ai legni a due più l’ottavino e due corni. La versione proposta nel programma di questa sera, con gli archi a parti reali (cioè con un solo esecutore per ogni sezione) esalta la vocazione cameristica della Serenata in la maggiore, in cui è possibile cogliere la padronanza nel trattamento dei timbri strumentali e la maestria compositiva di un Brahms che a ventisette anni mostra la piena maturità musicale.

Nel primo movimento (Allegro moderato), strutturato in forma-sonata, il primo tema esposto dai clarinetti e dai fagotti introduce in un clima sonoro ricco di fascino, in cui i timbri morbidi della strumentazione scelta da Brahms si combinano con una scrittura raffinata, in cui le tecniche compositive classiche sono sottoposte a un trattamento di ricercate elaborazioni.

Lo Scherzo che segue ha il carattere della danza popolare, arricchito dallo squilibrio metrico di grande effetto procurato dall’accentuazione ritmica binaria sovrapposta al tempo in tre quarti in cui è scritto il brano. L’Adagio non troppo, costruito sul basso di passacaglia (che è stato visto come riferimento diretto alla Passacaglia di Bach), si caratterizza per la mirabile invenzione melodica e la grande espressività, costituendo il punto culminante della Serenata. Il Quasi Menuetto rievoca la corrispondente danza settecentesca in un modo affatto originale, dove tutto sembra alludere senza esplicitarsi pienamente, soprattutto nel Trio, che assume un carattere quasi parodistico che spiega quel Quasi posto da Brahms nel titolo del movimento. Nel Rondò conclusivo il tema campestre e spensierato esposto all’inizio dai clarinetti caratterizza tutto il movimento, in cui la scrittura, arricchita dalla grande abilità di Brahms nel trattamento dei timbri strumentali, rende un clima festoso e brillante di grande vivacità ritmica e sonora.

Anche Dvořák scrisse due serenate, per le quali il modello di riferimento non poteva che essere quello offerto dai lavori di Brahms, a cui il compositore boemo guardò sempre con grande attenzione. La prima, la Serenata per archi op. 22, è del 1875 e precede di tre anni la Serenata in re minore op. 44 per dieci strumenti a fiato, violoncello e contrabbasso, eseguita per la prima volta il 17 novembre 1878 a Praga in un concerto che comprendeva tutte musiche di Dvořák dirette dall’autore. Le serenate furono dunque concepite in un periodo artisticamente molto proficuo in cui il compositore incrementò molto la produzione sia dal punto di vista numerico che della qualità.

Nella Serenata op. 44 è possibile ritrovare tutte le componenti dello stile di Dvořák, che combina una felicissima vena melodica di ispirazione popolare con le forme classiche della tradizione musicale europea. La composizione è articolata nei quattro movimenti della tradizione classica, con il Minuetto inserito però in seconda posizione. Il Moderato, quasi marcia iniziale combina due temi che si alternano senza conoscere una vera elaborazione tematica: il primo, dall’andamento di marcia, si impone all’inizio della composizione esposto dagli oboi e poi ripreso dai clarinetti, mentre il secondo tema è di carattere più lirico. Il Minuetto ha un tema dolce e cantabile di carattere popolare esposto prima dai clarinetti, poi dagli oboi e infine da tutto l’ensemble; il trio è un furiant (danza boema usata molte volte da Dvořák nelle proprie composizioni) dalla scrittura brillante e vivace, in cui i musicisti sono chiamati ad un’esecuzione che richiede grande precisione e disciplina ritmica.

L’Andante con moto presenta sostanzialmente un unico tema, anch’esso d’ispirazione popolare, nostalgico e appassionato, in cui l’affascinante invenzione melodica del compositore è esaltata dall’originale impasto timbrico dell’organico strumentale, che combina l’ensemble dei fiati (privo dei flauti) con la profondità del violoncello e del contrabbasso.

L’Allegro molto finale è una pagina di grande vivacità, basata anch’essa su una danza popolare boema, che presenta un tema iniziale trascinante per il suo ritmo incalzante; segue un secondo tema dolce e cantabile che irrompe nell’incessante fluire sonoro e che conduce ben presto a una breve ripresa della marcia del primo movimento; chiude una coda in cui il tema principale viene riproposto in una vertiginosa corsa verso una conclusione di grande effetto.