Guida all'ascolto 19e20 ottobre

JOHANNES BRAHMS (Amburgo, 1833 – Vienna, 1897)
 
CONCERTO IN RE MAGGIORE OP. 77 PER VIOLINO E ORCHESTRA
Allegro non troppo
Adagio
Allegro giocoso, ma non troppo vivace
 
Nella storia della musica, lo sviluppo della tecnica strumentale ha il più delle volte avuto un forte impulso dalla collaborazione tra compositori e i grandi virtuosi destinatari delle opere solistiche di cui erano dedicatari. Molto fruttuoso fu in questo senso il sodalizio tra Johannes Brahms e Joseph Joachim (1831-1907), legati da un rapporto professionale e di amicizia che ebbe il risultato più significativo nel Concerto per violino op.77, scritto nel 1878 per il grande violinista ungherese, una delle maggiori personalità musicali dell’epoca, per il quale Brahms successivamente scrisse anche il Doppio concerto per violino e violoncello (e che una decina d’anni prima aveva contribuito con i suoi preziosi consigli alla stesura del Concerto in sol minore di Bruch). La gestazione del Concerto fu caratterizzata dalla continua richiesta di consigli tecnici a Joachim da parte di Brahms, documentata dalla ricca corrispondenza tra i due musicisti proseguita fino alla “prima” del concerto, avvenuta al Gewandhaus di Lipsia il 1° gennaio 1789 sotto la direzione dello stesso Brahms. Questi sono alcuni passaggi più celebri e significativi tratti dalla lettera con cui Brahms annunciò a Joachim la scrittura del Concerto e dal biglietto che il giorno successivo allegò alla bozza del primo movimento: “Amico caro, (…) vorrei mandarti un certo numero di passaggi per violino (…) Mi chiedo se non sei tanto sprofondato in Mozart e forse in te stesso, da poter trovare un’ora per guardarli. Mi è sufficiente che tu dica una parola o che ne scriva qualcuna sopra la parte: difficile, scomodo, impossibile, eccetera.” Joachim rispose non nascondendo il suo entusiasmo, sottolineando l’originalità violinistica di alcuni passaggi. 
Nell’affrontare il genere, Brahms doveva inevitabilmente confrontarsi con il monumento rappresentato dal Concerto per violino di Beethoven, che all’epoca costituiva il culmine di una lunga tradizione, con il quale il Concerto op.77 condivide la tonalità di re maggiore e il consueto schema classico in tre movimenti. La breve introduzione orchestrale dell’Allegro ma non troppo iniziale annuncia il respiro sinfonico della composizione, di grande imponenza sia dal punto di vista costruttivo che per le dimensioni. Tutto il movimento si distingue per una grande ricchezza di temi in cui si alternano momenti intimistici ad altri lirici e di grande espressività, che conoscono una maestosa elaborazione e un’espansione culminanti nella cadenza del solista (è di Joachim quella più comunemente eseguita). L’Adagio si apre con un tema cantabile esposto dall’oboe, cui si uniscono gli altri fiati in un’introduzione che ricorda le serenate mozartiane. La parte solistica si sovrappone a questa proposta melodica espandendola, frammentandola, in un andamento che sembra quasi libero e improvvisatorio e che evidenzia la capacità del compositore di sfruttare a pieno le possibilità espressive del violino.
All’ultimo movimento, ricalcando uno schema collaudato, Brahms riserva una pagina di grande virtuosismo per il solista, con passaggi sulla cui eseguibilità espresse inizialmente dubbi lo stesso Joachim. Il carattere tzigano del brano è reso ancor più evidente dal repentino mutamento di carattere dei vari momenti che si susseguono, in una scrittura coinvolgente, esaltata dalla forma ripetitiva del rondò, che fa dell’ op.77 uno dei concerti più amati e frequentati del repertorio sinfonico.
 

FELIX MENDELSSOHN-BARTHOLDY (Amburgo, 1809 – Lipsia, 1847)

SINFONIA N.5 OP. 107 "RIFORMA"
Andante, Allegro con fuoco
Allegro vivace
Andante
Corale: “Ein feste Burg” (Andante con moto), Allegro vivace, Allegro maestoso
 
La numerazione ufficiale delle sinfonie di Mendelssohn non segue l’ordine cronologico in cui esse furono scritte, probabilmente per le continue revisioni a cui l’autore sottoponeva i suoi lavori. La Sinfonia denominata “Riforma” conosciuta come n.5, in realtà fu la seconda in ordine di tempo a essere composta da Mendelssohn, che già nel 1829 aveva messo in cantiere il progetto di scrivere un lavoro celebrativo per i trecento anni della Confessione di Augusta, l’Atto del 1530 che sanciva i principi della Riforma luterana. Da qui il nome della sinfonia, il cui intento programmatico, “Sinfonia per celebrare una rivoluzione religiosa”, fu riportato nel programma della prima esecuzione avvenuta però non prima del novembre del 1832 a Berlino sotto la direzione dell’autore. Il progetto originario di eseguire la sinfonia a Parigi in occasione della ricorrenza (30 giugno 1830) conobbe infatti diversi ostacoli, a partire dal rifiuto della partitura, di cui le motivazioni non sono ben note, da parte dell’Orchestra del Conservatorio, compagine che godeva dell’alta considerazione di Mendelssohn. Non è ben noto d’altra parte neanche il motivo dell’avversità che il compositore stesso in seguito maturò verso il suo lavoro, sul quale si lasciò andare a giudizi severi: “Non la sopporto più: fra le mie cose è quella che brucerei più volentieri; non dovrà mai essere pubblicata”. E in effetti, dopo la prima esecuzione la sinfonia non ne conobbe altre se non dopo la morte del compositore, mentre la sua pubblicazione avvenne solo nel 1868. La “Riforma” rivela la vocazione compositiva di Mendelssohn, che conobbe gli esiti più felici nella produzione sinfonica. Il primo movimento ha un Andante introduttivo di 41 battute in cui il carattere solenne si veste di colori cangianti per l’ambiguità tonale tra maggiore e minore. Il programma celebrativo della composizione è reso esplicito dalla presenza di un elemento fondamentale, il cosiddetto Amen di Dresda, una melodia legata all’idea dello Spirito Santo nota a tutti i musicisti protestanti (utilizzato anche da Wagner nel Parsifal), che gli archi eseguono alla fine dell’Andante. Nell’Allegro con fuoco si afferma finalmente la tonalità di re minore, con lo sviluppo degli spunti tematici contenuti nell’introduzione e una caratterizzazione marcata della funzione delle due grandi famiglie strumentali: gli archi conferiscono dinamicità e movimento che alternano a parti cantabili; i fiati con ritmi puntati sottolineano il carattere marziale, mentre altre volte sono coloratura timbrica di alcuni passaggi dei violini. Diversamente dalla tradizione classica, il secondo movimento Allegro vivace è in forma di scherzo, dalla cui scrittura brillante e leggera si coglie la maestria dell’orchestrazione di Mendelssohn. Una melodia struggente dei violini apre il breve Andante, che si presenta quasi come un recitativo introduttivo al quarto movimento, cui si lega senza soluzione di continuità, anticipando uno schema che il compositore utilizzerà sistematicamente nella Sinfonia “Scozzese”. L’ultimo movimento si sviluppa sul corale di Lutero “Ein feste Burg ist unsen Gott!”, da cui prende vita l’Allegro vivace in cui si afferma l’imponenza e la grandiosità conformi all’intenzione celebrativa della composizione.