Guida all'ascolto 25-27 ottobre 2019

Max BRUCH (Colonia, 1838 – Friedeneau, 1920)
 
Romanza per viola e orchestra op. 85
 
Doppio concerto per violino, viola e orchestra in mi minore op. 88
Andante con moto 
Allegro moderato 
Allegro molto
 
 
L’interesse di Max Bruch per la viola è legato agli ultimi anni della sua vita, epoca a cui risalgono la Romanza op. 85 e il Doppio concerto op. 88, entrambi del 1911; a questi si aggiungono gli Otto pezzi per clarinetto, viola e pianoforte op. 83 del 1910 che sono tra i più riusciti lavori cameristici del compositore. 
Dell’imponente mole di lavori che costituisce il catalogo di Bruch, con circa 100 composizioni, i due brani in programma sono tra i pochissimi, insieme al celebre Concerto in sol minore per violino e a Kol Nidrei per violoncello e orchestra, a essere sopravvissuti nel repertorio sinfonico. La scelta stilistica di Bruch di rimanere ancorato al modello ottocentesco di Mendelssohn fu la causa principale dell’oblio in cui cadde gran parte della sua produzione. Svoltasi prevalentemente tra Berlino e Bonn, la lunga vita di Bruch attraversò uno dei periodi più densi di rivoluzioni artistiche della Storia, che in musica va da Berlioz alla Seconda Scuola di Vienna. La Romanza in fa maggiore op. 85 fu eseguita per la prima volta a Berlino il 25 aprile del 2011, un anno prima del Pierrot Lunaire e due anni prima della Sagra della primavera, in cui Schönberg e Stravinskij indicarono due delle direttrici verso cui era proiettata la musica del XX secolo. Dedicata a Maurice Vieux, grande violista francese che al tempo era viola principale dell’Opéra di Parigi, la Romanza ebbe come suo primo interprete Willy Hess, violinista e violista amico di Bruch. In questa pagina particolarmente ispirata, Bruch mette in luce tutto il suo talento di melodista, cui affianca un sicuro controllo formale della partitura: il solista fa il suo ingresso quasi subito, dopo appena due battute introduttive in pianissimo degli archi, dispiegando l’appassionata melodia in cui viene esaltata l’espressività della voce strumentale della viola. Efficace anche l’orchestrazione, caratterizzata da un’elegante e raffinata scrittura: qui il compositore mostra grande abilità nell’uso della tavolozza sonora di cui dispone, evidente sia nelle parti a pieno organico che in alcuni dialoghi tra solista e legni, soprattutto clarinetto e fagotto.
Il Doppio Concerto op. 88 fu in realtà scritto per clarinetto e viola e destinato, oltre che a Willy Hesse alla viola, a Max Felix Bruch, figlio del compositore e talentuoso clarinettista, per il quale furono scritti anche gli Otto pezzi op. 83 sopra citati. Malgrado l’intrigante connubio timbrico risultante dalla combinazione degli strumenti solisti destinatari del brano, il Doppio Concerto è oggi proposto spesso con il violino al posto del clarinetto, in una versione elaborata dallo stesso Bruch che mantiene inalterato il fascino originario della composizione. Contrariamente alla tradizione classico-romantica, il tempo lento non è in seconda posizione ma apre il concerto. Nel primo movimento Andante con moto i due solisti sono protagonisti assoluti, in un dialogo appassionato in cui l’orchestra si limita ad un accompagnamento a tinte tenui e mai invadente. L’Allegro moderato ha una struttura semplice, con la successione di due temi: il primo dal carattere disteso e pacato, quasi danzante, che non manca mai però di quella inquieta passione che anima tutto il concerto; il secondo tema, sull’accompagnamento in pizzicato degli archi, è invece un’autocitazione di Bruch, che riprende il tema del primo movimento della Suite n. 2 per orchestra del 1906. L’Allegro molto finale è una pagina di diverso impatto sonoro, dove alla scrittura brillante e a tratti quasi virtuosistica riservata ai solisti si affianca una partecipazione più attiva dell’orchestra nella conduzione del discorso musicale e nel sostenere ed enfatizzare le idee tematiche che si rincorrono fino al trionfante finale.
 
 
 
 
L. van BEETHOVEN (Bonn, 1770 – Vienna, 1827)
 
Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 36
Adagio molto, Allegro con brio 
Larghetto 
Scherzo. Allegro 
Allegro molto
 
Le sinfonie di Beethoven hanno incarnato una visione totalizzante della produzione del musicista e, nello stesso tempo, hanno dovuto sostenere una funzione paradigmatica per tutta l’esperienza del sinfonismo ottocentesco. Tale ruolo, che le più recenti correnti della musicologia ridimensionano nei suoi significati ideologici e certamente non musicali, spinse la maggior parte dei musicisti e dei critici dell’Ottocento a cercare in esse tutta una serie di significati, assunti ideologici, di problematiche filosofiche e dei più diversi aspetti di sostanza extramusicale. Basterà ricordare un pensiero di Wagner sulle sinfonie di Beethoven per comprendere quanto il loro obiettivo valore sia stato mistificato dalla esegesi e dalla ideologia romantica. In una lettera del 1852 Richard Wagner scriveva: “Il tratto caratteristico delle grandi composizioni di Beethoven è il fatto che esse sono veri poemi e che in esse si è inteso di rappresentare un vero e proprio soggetto. Ora, la difficoltà di capirle consiste nella difficoltà di scoprire con sicurezza il soggetto rappresentato… Beethoven era completamente assorto in esso… nella sua preoccupazione egli ritenne del tutto superfluo dare speciale indicazione di questo soggetto, oltre a quella che veniva data dalla composizione in sé”. Quanto lontano possa essere il giudizio, pure di un grande come Wagner, dalla realtà delle sinfonie di Beethoven riusciamo a comprenderlo pienamente soltanto adesso che la critica ha superato certi schematismi e certe tesi forzate, retaggio dei forti bisogni ideologici del pensiero romantico e dei suoi epigoni.
A darci, se si può dire, sollievo da certe dure e soffocanti incrostazioni può certamente contribuire l’ascolto di questa Seconda Sinfonia, composta in circa due anni tra il 1800 e il 1802 ed eseguita per la prima volta nel 1803 al Teatro An der Wien di Vienna sotto la direzione dell’autore. La Sinfonia si apre, secondo uno stile tipico di Haydn, con un Adagio di 33 battute che introduce il primo movimento, un Allegro con brio nel quale Beethoven chiarisce immediatamente le sue nuove posizioni rispetto alle precedenti esperienze, particolarmente quelle del ricordato Haydn: una maggiore dimensione sonora, accresciuta da un’infinita prodigalità di ogni materiale tematico. Beethoven dinamizza il suo prodotto compositivo con un esasperato uso dei contrasti, e fin qui sembrerebbe seguire la lezione delle ultime sinfonie di Mozart, se non si evidenziasse una caratterizzazione tutta personale con temi più visceralmente sentiti d’origine quasi popolare, in un rifiuto di certe aristocrazie formali caratteristiche della produzione mozartiana. Di taglio quasi umoristico è il Larghetto, mentre lo Scherzo è essenziale nella sua vibrante energia ritmica, che trova riposo solo negli accenti pastorali del Trio centrale. L’Allegro molto finale sembra ricucire tutti gli spunti precedenti in una sorta di riassunto formale e tematico che annuncia categoricamente la fine di ogni riferimento al gusto e allo stile settecentesco.