Guida all'ascolto 18-21 gennaio 2020 di Gianluca Sulli

Pëtr Il'ič ČAJKOVSKIJ (Votkinsk, Urali, 1840 – Pietroburgo, 1893)
Serenata per archi in do maggiore op.48
I. Pezzo in forma di Sonatina (Andante non troppo, Allegro moderato)
II. Walzer (Moderato, Tempo di Valse)
III. Élégie (Larghetto elegiaco)
IV. Finale (Tema russo. Andante, Allegro con spirito)
Scritta tra i mesi di settembre e novembre del 1880 ed eseguita per la prima volta l’anno successivo a Pietroburgo, la Serenata per archi op.48 è probabilmente l’opera più rappresentativa di quella parte della produzione čaikovskiana caratterizzata dalla “celebrazione” del modello classico, soprattutto di Mozart, per il quale il compositore russo nutriva una vera e propria venerazione, così come egli stesso scrisse in una lettera alla ricca protettrice Nadezda von Meck:
Ho composto la Serenata per un impulso interiore e in essa ho riversato in abbondanza sentimenti fervidi, e mi auguro che sia artisticamente valida […] Desidero ardentemente che Ella abbia presto occasione di ascoltare la Serenata nella sua versione orchestrale. Al pianoforte, credo che molto del suo fascino vada perduto. I due tempi centrali avranno, credo, il suo plauso. Il primo tempo dev’essere considerato come un contributo alla mia venerazione per Mozart; ho imitato di proposito il suo stile e mi giudicherei fortunato se si trovasse che sono riuscito, anche di poco, ad accostarmi al modello […].”
Gli anni compresi tra il 1777 e il 1785 rappresentano uno spartiacque nella produzione e nella vita di Čajkovskij: a quegli anni infatti risale il matrimonio con Antonina Miljukova e il suo successivo, inevitabile, repentino fallimento che diede inizio a un periodo di profonda crisi personale del compositore, la cui travagliata esistenza fu segnata da una tormentata omosessualità; ne risentì l’attività compositiva, che si fece più rada e meno impegnata, e la sua stessa vena creativa, che trovò conforto negli schemi e nella serenità della musica del passato.
Nella Serenata l’omaggio a Mozart appare però più spirituale che pratico, più come uno sguardo nostalgico a un passato irrimediabilmente perduto piuttosto che un impegno nella replica del modello classico. Il lavoro contiene quindi l’espressività tipica dello stile di Čajkovskij, seppur privo di quelle tensioni drammatiche e inquiete che caratterizzano i capolavori più amati, come le ultime tre sinfonie.
La leggerezza e l’eleganza che caratterizzano l’intera composizione si manifesta particolarmente nei primi due movimenti: nel Pezzo in forma di Sonatina iniziale, l’Allegro moderato è introdotto da un tema di carattere corale (Andante non troppo) che ritornerà alla fine del movimento e nel Finale, quasi preannunciando quella “ciclicità” che si troverà in maniera più esplicita e strutturale nella Quinta e nella Patetica. Il Walzer è forse il movimento più celebre della Serenata, in cui il compositore mostra tutto il suo talento nel costruire ampie melodie, scrivendo una pagina in cui prevale l’equilibrio e l’eleganza della scrittura. Del colore del tipico patetismo čaikovskiano è venata l’Élégie, dove il clima malinconico non raggiunge però il cupo pessimismo di altre simili composizioni, mentre il Finale (Andante, Allegro con spirito) si basa su un tema popolare russo, inserito nella struttura di forma-sonata e le cui elaborazioni sfociano in un’efficace e brillante stretta finale.
 
Nino ROTA (Milano, 3 dicembre 1911 – Roma, 10 aprile 1979)
Concerto per archi
I. Preludio (Allegro ben moderato e cantabile)
II. Scherzo (Allegretto comodo)
III. Aria (Andante quasi adagio)
IV. Finale (Allegrissimo)
La figura e l’opera di Nino Rota si collocano in una dimensione molto particolare nell’ambito del Novecento musicale. Nei profili critici che riguardano il compositore milanese, l’”inattualità” è una caratteristica attribuitagli molto frequentemente, soprattutto perché la sua produzione si distacca nettamente dalle avanguardie europee e da ogni complicazione linguistica e intellettuale. Eppure Rota ebbe una formazione internazionale: studiando, tra gli altri, con Pizzetti e Casella, fu a contatto con l’avanguardia italiana “storica” del primo Novecento; ma la sua musica non lascia trasparire nulla delle tensioni intellettuali e della volontà di rinnovamento linguistico che animavano gli ambienti musicali europei. L’immediatezza comunicativa era il primo obiettivo del suo essere musicista: a questo fine piegava la grande facilità compositiva e l’inesauribile vena inventiva, inquadrandole all’interno del sistema tonale, mai messo in discussione, e inserendole in forme simmetriche di chiaro stampo sette-ottocentesco. Questa scelta stilistica, che caratterizzava la sua estetica, non era però frutto di alcuna intenzione polemica, ma rientrava in una concezione della musica caratterizzata dalla spontaneità e dall’ingenuità di un linguaggio che doveva essere immediatamente percepibile. Fu anche per questo che Rota conquistò la stima e il rispetto anche dei più schierati riformisti e innovatori che portarono le avanguardie a risultati estremi e lontani dalle aspettative e dalla più semplice comprensione della maggior parte del pubblico.
Noto universalmente per la sua attività nell’ambito della musica da film, Rota fu un compositore molto prolifico, cimentandosi in pratica con quasi tutti i generi musicali, compreso quello operistico. Nell’ambito della musica strumentale, il Concerto per archi del 1964 è altamente rappresentativo dei caratteri stilistici del compositore: simmetria metrica, temi perfettamente inseriti nel sistema tonale, adesione alle forme codificate dalla tradizione, sono gli elementi che emergono da questa composizione. Ma se Rota è da considerare un musicista che guarda soprattutto al passato, sono riscontrabili nelle sue pagine anche le esperienze musicali di certi compositori a lui contemporanei (era grande ammiratore di Stravinskij), oltre ad una predilezione per le forme di danza: è ciò che si nota ad esempio nello Scherzo, dove ad un incedere ritmico e a un andamento melodico che ricordano alcuni caratteri propri dello stile di Prokofiev, alterna un ritmo di valzer. Ma più in generale, ciò che colpisce della sua musica è la frequente presenza di un carattere quasi narrativo: le sue melodie sembrano raccontare delle storie, una peculiarità che non si manifesta attraverso una componente programmatica, ma che scaturisce naturalmente da un discorso musicale denso di suggestioni evocatrici di storie, ambientazioni, stati d’animo.
                                                                                 
                                                                                 
Roberto GRANCI
I LOVE CINEMA!
Moon river (dal film Colazione da Tiffany, Henry Mancini, 1961)
Over the rainbow (dal film Il mago di Oz, Harold Arlen, 1939)
C'era una volta il West (Ennio Morricone, 1968)
La vita è bella (Nicola Piovani, 1997)
Nuovo Cinema Paradiso (Andrea Morricone, 1988)
Schindler's list (John Williams 1993)
Il Padrino (Nino Rota 1972)
Maria (da West side story, Leonard Bernstein, 1961)
La Pantera Rosa (Henry Mancini, 1963)
La leggenda del pianista sull'oceano (Ennio Morricone, 1998)
Il postino (Louis Bakalov, 1994)
I magnifici sette (Elmer Bernstein, 1960)
I predatori dell'Arca perduta (John Williams, 1981)
Guerre stellari (John Williams, 1977)      
Violinista e compositore, Roberto Granci si è formato musicalmente a Roma diplomandosi al Conservatorio di Santa Cecilia. Successivamente si è perfezionato al Mozarteum di Salisburgo con il violinista e direttore d’orchestra ungherese Sàndor Végh, che lo invita a far parte della celebre Camerata Accademica di Salisburgo. Il percorso come strumentista lo ha portato a diventare dal 1989 membro effettivo dell’Orchestra Nazionale di Santa Cecilia, mentre nello stesso tempo ha coltivato la passione per la composizione e l’arrangiamento, scoprendo e approfondendo particolarmente lo studio del jazz. È autore di diversi arrangiamenti con rivisitazioni originali di brani di ogni genere musicale. Tra questi lavori I Love Cinema si presenta come una Suite in cui, usando le parole dello stesso Granci, “si ascolteranno senza soluzione di continuità, melodie indimenticabili che hanno impreziosito film che fanno parte ormai della storia del cinema, che riportando indietro nel tempo evocheranno antiche atmosfere, ricordi ed emozioni.

 

                                                                                  Gianluca Sulli