Pagine semplici

Wolfgang Amadeus MOZART (Salisburgo, 1756 – Vienna, 1791)
Andante in do maggiore per flauto e orchestra K.315
 
Nella vasta produzione mozartiana, le composizioni per strumento solista e orchestra occupano un posto preminente, quello in cui, insieme alle opere liriche, il compositore espresse maggiormente la sua personalità. Nei concerti dedicati al pianoforte e al violino, strumenti che Mozart praticò assiduamente fin da bambino, egli si espresse in modo più personale e libero, anche perché in diversi concerti per pianoforte, doveva essere lui stesso l’esecutore e dunque non gli incorreva l’obbligo di tener conto delle esigenze (o dei limiti) dell’interprete destinatario dell’opera.
Presi isolatamente, gli strumenti a fiato destarono in lui un interesse più occasionale, che non gli impedì però di creare spesso dei veri e propri capolavori. Se l’attenzione rivolta a strumenti come il clarinetto e il corno fu suscitata in lui dall’amicizia che lo legava ad abili virtuosi come Anton Stadler e Joseph Leutgeb, non poteva che essere l’offerta economica di un amatore a persuaderlo di comporre una serie di opere per flauto, strumento che Mozart dichiarava apertamente di non amare. Le opere flautistiche del suo catalogo rientrano infatti in un’unica commissione (rimasta incompiuta) che doveva comprendere tre concerti e una serie di quartetti con flauto richiesti dal ricco dilettante Willem De Jean.
L’Andante in do maggiore K.315 ci arriva oggi come una composizione isolata e, benché l’autografo non contenga nessun tipo di indicazione, sembra certo che sia stato scritto per lo stesso De Jean a Mannheim nei primi mesi del 1778.
È molto probabile che questo Andante sia stato composto in sostituzione del movimento centrale del Concerto in sol maggiore K.313, il primo dei due concerti effettivamente scritti da Mozart, ritenuto troppo impegnativo dal committente. In questo brano alternativo Mozart si adegua alla semplicità richiesta, componendo una partitura meno ambiziosa nelle dimensioni, ma capace di mostrare la miracolosa vena melodica del genio salisburghese e divenuta una delle pagine più celebri del repertorio flautistico regolarmente proposta dai migliori solisti.
 
 
Franz Joseph HAYDN (Rohrau, 1732 – Vienna, 1809)
Sinfonia n.55 in mi bemolle maggiore “Il maestro di scuola”
Allegro di molto – Adagio, ma semplicemente – Menuetto – Finale. Presto
 
Nell’ampio catalogo di Haydn, le 108 sinfonie occupano un posto rilevante non solo da un punto numerico, ma soprattutto per l’importanza che esse rivestono all’interno del percorso stilistico del compositore e perché rappresentano il modello della sinfonia classica. Quest’ultimo con Haydn si stabilizza nella successione in quattro movimenti comprendenti un allegro strutturato secondo lo schema della forma-sonata, un secondo tempo in forma di lied, un terzo tempo come minuetto e un finale vivace spesso in forma di rondò. Questa struttura è la trasposizione in ambito sinfonico di ciò che Haydn definì già per la sonata per uno o più strumenti e per il quartetto: per tale motivo egli fu definito il “padre” di questi generi musicali, in quanto ne realizzò l’equilibrio formale e sonoro, determinando inoltre, in ambito sinfonico, il corpo orchestrale nella sua forma definitiva.
La Sinfonia n.55 fu composta nel 1774 e deve il suo nome “Il maestro di scuola” al carattere buffo e pedantesco del secondo movimento, in cui la melodia presentata sempre variata dai violini, ha un andamento che suggerisce l’immagine austera e pedantesca di un insegnante che si rivolge alla scolaresca, la cui voce è a sua volta evocata dalle risposte dei fiati, ai quali Haydn affida un ruolo originale, soprattutto nei tempi lenti, nella produzione sinfonica dopo il 1770.
Il principio della variazione caratterizza anche il Presto finale, dove si apprezzano l’eleganza e la raffinatezza della strumentazione di Haydn, il quale affida molti passaggi ai fiati soli con interventi anche di una certa difficoltà, come nel caso del corno. In un contesto più tradizionale si collocano l’Allegro di molto iniziale costruito secondo il consueto schema di forma-sonata e il Minuetto, che presenta un trio centrale per archi suonato dalle sole prime parti.
 
 
Pablo de SARASATE (Pamplona, 1844 – Biarritz, 1908)
Carmen Fantasy op.25 (trascrizione per flauto e archi)
 
Pablo de Sarasate fu uno dei più celebri violinisti della seconda metà dell’Ottocento e, come tanti virtuosi dell’epoca, fu autore di molte composizioni per il proprio strumento. La maggior parte della sua produzione fu concepita per violino e pianoforte e rientra nel genere delle parafrasi e variazioni su temi spagnoli o sulle melodie delle opere più famose. Alcune di queste ebbero un successo tale da spingere l’autore a curarne una versione orchestrale, trattamento riservato anche alla Carmen Fantasy, composta nel 1883, che tratta alcuni dei temi più celebri dell’opera di Georges Bizet.
La grande infatuazione per il teatro musicale, spettacolo molto popolare in Europa nell’Ottocento (e che in paesi come l’Italia monopolizzò le attenzioni e le energie della maggior parte dei compositori), ebbe le sue conseguenze anche nel campo della produzione strumentale, il cui repertorio si arricchì di un grandissimo numero di brani virtuosistici destinati alle esibizioni nei salotti o nelle cosiddette “accademie” (concerti pubblici a pagamento organizzate da uno strumentista o un cantante che assumeva la parte più rilevante in un programma molto variegato).
L’Entracte tra terzo e quarto atto, l’Habanera, il Tra la la, la Seguidilla e la Chanson Bohème si susseguono nella Carmen Fantasy, qui proposta in una felicissima trascrizione per flauto e archi, dove l’esposizione delle linee melodiche di Bizet si alternano alle brillanti volute virtuosistiche che impegnano il solista.
 
 
Wolfgang Amadeus MOZART
Sinfonia n.33 in si bemolle maggiore K.319
Allegro assai – Andante moderato – Minuetto – Finale (Allegro assai)
 
La Sinfonia n.33 K.319, se da un lato può essere considerata l’apice della prima produzione sinfonica mozartiana, dall’altro rappresenta l’affermazione compiuta della sinfonia moderna e annuncia la piena maturità dell’ultimo decennio viennese del compositore. Finita di comporre il 7 luglio 1779 a Salisburgo, questa sinfonia fu concepita inizialmente in tre movimenti (secondo l’uso italiano): tre anni dopo, trasferitosi a Vienna, Mozart vi aggiunse il Minuetto. L’atmosfera pacata e serena che la caratterizza probabilmente ispirò Beethoven nella composizione dell’Ottava Sinfonia, in cui sono contenuti echi dei tempi estremi della K.319: l’Allegro assai iniziale, che presenta alcuni spunti tematici poi sviluppati nella Sinfonia Jupiter, e il Finale, in cui Mozart dosa con fantasia l’elemento buffo con quello pastorale e di marcia.
 
Gianluca Sulli
 
                                                                                         
RICHARD WAGNER (Lipsia, 1813 – Venezia, 1883)
Idillio di Sigfrido
 
Terminato il 4 dicembre del 1870, l’Idillio di Sigfrido ebbe la sua prima esecuzione nella residenza di Tribschen sotto la direzione dell’autore il giorno di Natale di quell’anno, come regalo di compleanno per la moglie Cosima. Il Sigfried che compare nel titolo della composizione non è l’eroe della celebre Tetralogia, ma il terzogenito di Wagner, nato nell’estate del 1869.
A differenza delle strutture imponenti e degli sgargianti colori orchestrali delle partiture operistiche, l’Idillio si distingue per l’intimità e la dolcezza del suo carattere musicale: una pagina di delicata raffinatezza in cui si ritrovano echi tematici tratti dall’Anello del Nibelungo, che vengono combinati in un abile gioco contrappuntistico e in una dimensione sonora raccolta ed elegante.
L’organico strumentale è infatti quasi cameristico e le parti degli archi possono essere suonate anche a parti reali (cioè dalle sole prime parti soliste), come del resto avvenne in occasione della prima esecuzione.
 
 
Wolfgang Amadeus MOZART (Salisburgo, 1756 – Vienna, 1791)
Concerto n.23 in la maggiore per pianoforte e orchestra K. 488
Allegro – Adagio – Allegro assai
 
Nella produzione per strumento solista e orchestra, i concerti per pianoforte costituiscono numericamente la parte predominante nel catalogo mozartiano, essendo soprattutto destinati ad alimentare il repertorio del Mozart concertista che si esibiva nelle accademie settimanali per l’entusiasta pubblico viennese.
Al periodo compreso tra il 1784 e il 1786 risalgono i 12 grandi concerti scritti a Vienna, dei quali il Concerto n.23 K.488 è uno degli ultimi in ordine cronologico (fu completato nel marzo del 1786) e rappresenta una delle vette artistiche assolute nel genere.
Nel Concerto K.488 alcuni dei caratteri comuni a tutta la produzione concertistica mozartiana raggiungono il livello della perfezione: il trattamento brillante della parte solistica e il dialogo costante con l’orchestra, la ricchezza dei temi, la cura della forma, fanno di questo lavoro una delle pagine più amate del genio salisburghese.
Nell’orchestrazione Mozart rinuncia alla marzialità di trombe e timpani, così come esclude anche gli oboi, sostituendoli con i clarinetti, affidandosi dunque a un colore orchestrale nuovo per i concerti per pianoforte.
Il primo movimento, che si apre con un’ampia ed elaborata introduzione orchestrale, ricorda nel primo tema l’incipit del Concerto per clarinetto K622, ma anche del Quintetto per clarinetto e archi K.581, anch’essi scritti nella stessa luminosa tonalità di la maggiore e con le stesse note iniziali (mi-do diesis) in un intervallo di terza discendente, quasi a ricalcare un codice da cui prende vita il rassicurante e sereno motivo iniziale dell’Allegro, il cui equilibrio costruttivo e la tensione creata nel dialogo con l’orchestra sfociano nella cadenza scritta interamente da Mozart (e non lasciata all’estro dei solisti).
L’Adagio è il cuore stesso del Concerto, con l’intenso tema principale esposto dal solista cui fa eco la risposta malinconica e struggente dell’orchestra, in cui i timbri del clarinetto e del flauto assumono un ruolo decisivo nella determinazione del clima in cui si svolge il dialogo con il pianoforte.  Clima che torna sereno nel brillante Allegro assai finale, in cui la scrittura si fa vivace e virtuosistica e il dialogo con l’orchestra è ricco di spunti, in alcuni casi quasi umoristici, in un discorso spensierato e gioioso.
 
Erwin SCHULHOFF (Praga, 1894 – Wülzburg, 1942)
Suite per orchestra da camera
  1. Ragtime
  2. Valse Boston
  3. Tango
  4. Shimmy
  5. Step
  6. Jazz
Compositore e pianista cecoslovacco di origine ebraica, Erwin Schuloff ebbe una solida formazione musicale studiando nei Conservatori di Praga, Vienna, Lipsia e Colonia. Mostrò presto il suo talento vincendo per due volte il Premio Felix Mendelssohn, nel 1913 come pianista e nel 1918 come compositore.
Fino al 1923 visse in Germania, ma l’avvento del nazismo lo costrinse a lavorare soprattutto a Praga, dove fu attivo come pianista, tenne corsi al conservatorio e fece parte della direzione della Radio ceca. Nel 1941 ottenne la nazionalità sovietica, ma l’invasione della Russia da parte delle armate tedesche non consentì il suo trasferimento; fu arrestato in quanto ebreo e comunista e deportato nel campo di concentramento di Wülzburg, in Baviera, dove morì nell’agosto del 1942.
La Suite per orchestra da camera fu composta nel 1921 e testimonia la grande passione di Schuloff per il jazz e la musica popolare americana. I brani che compongono la Suite si rifanno infatti a quel linguaggio: dal Ragtime iniziale al Valse Boston (una specie di valzer lento apparso in America nell’800 e che ebbe una discreta fortuna fino alla Prima Guerra Mondiale), allo Shimmy (simile al Fox Trot), al Jazz finale, passando per un Tango, che all’epoca affascinava molti compositori “colti”.
All’ascolto, la musica di Schuloff presenta un innegabile fascino, frutto del lavoro di un musicista raffinato, capace di sedurre con un abile trattamento dei timbri strumentali e del ritmo (da sottolineare l’importanza che nella sua produzione rivestono le percussioni, che nella Suite sono protagoniste esclusive del breve Step).
Negli anni ’30 il suo stile si evolve accogliendo stimoli e influenze impressioniste, espressioniste e neoclassiche e la sua produzione - che oggi conosce una riscoperta e una giusta valorizzazione - ci mostra uno dei più interessanti musicisti europei attivi nel periodo a cavallo tra i due conflitti mondiali.
 
Gustav MAHLER (Kaliště, Boemia, 1860 – Vienna, 1911)
Adagietto dalla Sinfonia n.5 in do diesis minore
 
Scritta tra il 1901 e il 1902, la Sinfonia n.5 ebbe la sua prima esecuzione il 18 ottobre 1904, ma Mahler, evidentemente animato dalla necessità di fare chiarezza sulle nuove posizioni cui era giunto il proprio percorso compositivo, apportò modifiche e correzioni alla partitura fino alla versione definitiva del 1911.
La Sinfonia riflette la condizione umana del compositore, ormai nell’ultima fase della sua pur giovane vita, diventato persona influente nella vita culturale viennese dell’epoca e celebrato direttore d’orchestra. Reduce da un grave problema di salute che lo portò a sfiorare la morte nel 1901, Mahler riversa nella Sinfonia l’angoscia legata a questa esperienza, evidente soprattutto nella prima parte della composizione di cui fanno parte i primi due movimenti, la Marcia funebre e il Tempestosamente animato.
Dopo l’ampio Scherzo centrale, l’Adagietto si presenta come una romanza senza parole, con una lunga e intensa melodia condotta dai soli archi, protagonisti esclusivi dell’intero movimento con l’accompagnamento discreto dell’arpa. E’ un momento contemplativo e introspettivo all’interno della Sinfonia, una pagina di intenso lirismo in cui l’inventiva di Mahler tocca uno dei vertici della propria arte. La potenza evocativa di questa musica e la sua capacità di far vibrare le corde emozionali dell’ascoltatore, ne hanno fatto uno dei brani più celebri di tutto il grande repertorio sinfonico, tanto che non di rado, come nel presente programma musicale, esso viene proposto da solo, estrapolato dal contesto dell’imponente impianto sinfonico cui appartiene.

Gianluca Sulli

07 Gennaio 2019

ALKEMIA QUARTET

Written by

L’idea di costituire un quartetto non classico arriva alla fine del 2014, Marcello De Francesco la condivide con Alfonso Mastrapasqua e nel 2015 quell’idea prende corpo grazie all’adesione al progetto di Leo Gadaleta e Giovanni Astorino. L’immediata intesa creatasi tra i musicisti e la conseguente fusione delle loro diversissime ed eclettiche esperienze musicali (dalla classica al jazz, dalle colonne sonore al pop, dal blues al rock) ha fatto sì che il nome Alkemia fosse quello più appropriato per esprimere l’anima di questo quartetto d’archi. A maggio del 2016 i primi concerti con la partecipazione di Jeremy Cohen (Quartet San Francisco) quale guest star, il quale esprimerà in seguito di voler registrare un cd con il gruppo, la collaborazione con il pianista e arrangiatore Vince Tempera e la collaborazione nell’ultimo disco del cantante Caparezza. Attualmente l’Alkemia Quartet ha terminato un lavoro discografico in linea con le sue prerogative estetiche: l’integrale delle musiche per quartetto d’archi di Giovanni Sollima, in uscita nel 2018 L’Alkemia Quartet è quindi lieto di offrirvi l’opportunità di un concerto fuori dagli schemi, dalla musica scritta di Giovanni Sollima all’arrangiamento di Leo Gadaleta di Blue in Green di Miles Davis, dalle reinterpretazioni di David Balakrishnan e D. Sidemberg (Turtle Island Quartet), fino a composizioni inedite dedicate al quartetto e composizioni originali, in un crescendo di follia improvvisativa e di energia travolgenti.


MARCELLO DE FRANCESCO
Marcello De Francesco – diplomato e perfezionato in Violino e laureato anche in Musicoterapia, Didattica della Musica, Discipline Musicali e Musica Elettronica, inizia la carriera violinistica in diverse formazioni orchestrali con direttori e solisti di fama. Oltre a partecipazioni in trasmissioni Rai e tournée all'estero, vanta collaborazioni pop con artisti come Valerio Zelli, Eugenio Bennato, Antonella Ruggiero, Amy Stewart, Renato Zero e Dody Battaglia. Si avvicina al Jazz, nel 2015 è selezionato dal Berklee College Music per l’Umbria Jazz Festival e nello stesso anno partecipa, in duo con Vince Tempera al pianoforte, ad un tour in Germania. Nel 2016 partecipa ad un corso della CMDL di Parigi con Didier Lockwood. Nel 2017 è violinista ospite del Tour nel Sud Italia e in Germania del Quartet San Francisco, quartetto californiano con 7 nomination ai Grammy Awards.


LEO GADALETA
Pantaleo Gadaleta, Diplomato in Violino e laureato in Composizione e Didattica della Musica, consegue il diploma Jazz e si specializza ai corsi della Berklee School - Umbria Jazz. E' stato Violinista dell'Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari e di quella del Teatro Petruzzelli. La sua eclettica formazione musicale gli ha permesso di collaborare alla realizzazione di numerose colonne sonore e sonorizzazioni dal vivo. E' componente dei Chiaroscuro, gruppo musicale con il quale ha realizzato due album recensiti come tra i più interessanti della nuova musica d'autore.


ALFONSO MASTRAPASQUA
diplomato in Violino, Viola, Didattica e Composizione, ha lavorato per 15 anni come Camerista e Professore delle Orchestre dell’Opera di Roma, del Regio di Parma, Regionale Toscana, del Teatro alla Scala. Diventa titolare dei primi violini presso la Sinfonica Nazionale della Rai di Torino, con la quale partecipa a diverse tournèe e realizza concerti di rilievo, anche in diretta tv con Morricone (con il quale ha registrato anche colonne sonore).
Come violista, è stato anche membro del Phonia Quartet (RAI) e ha avviato un percorso artistico extra classico che l’ha visto partecipare al Talos Festival di Ruvo – edizione 2015.


GIOVANNI ASTORINO
Laureato in Violoncello e in Didattica della musica, frequenta il Master Musica d’oggi e il corso di alto perfezionamento di Giovanni Sollima. Solista con l’orchestra del Conservatorio Piccinni di Bari, è vincitore di concorsi internazionali di musica da camera ed è risultato idoneo al concorso per l’Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari. Dal 2001 è violoncellista, bassista e direttore d’orchestra per il cantautore Caparezza, con il quale ha partecipato a circa 500 concerti ad oggi). Dal 2001 è direttore musicale ed arrangiatore nella compagnia di musical pugliese Tin Pan Alley.

Il programma di questo concerto, come una sorta di cerchio magico di cui non si sa dove sia l’inizio e dove la fine, rivela in ogni sua parte una stessa identità ed un unico grande modello culturale: il Mediterraneo e la sua cultura popolare.

La città che tutto unisce è Napoli e la danza che tutto accomuna è la Tarantella (Il nome “tarantella” deriva da “taranta”, termine che indicava la tarantola o Lycosa tarentula, un ragno velenoso), un ritmo tribale di origine greca e romana che si danzava nelle feste pubbliche pagane, e che poi, con l’avvento del medioevo, venne identificato come pratica di guarigione, una sorta di esorcismo per scacciare i demoni rappresentati simbolicamente dal veleno del ragno.

La tarantella rappresenta una parte assai importante della cultura contadina arcaica, ed è stata fortemente legata alle favole e ai riti della terra, della fertilità e degli astri. Con il passare del tempo, la tarantella, lentamente, si modifica tramandandosi oralmente di generazione in generazione soprattutto nel Sud dell’Italia, e si evolve nella sua funzione ora di ballo collettivo o di coppia, ora di processione nelle feste rituali, ora di ritmo e di forma musicale e poetica per le serenate sotto la finestra dell’innamorata, ed infine di violento esorcismo guaritore che - con l’urto viscerale del ritmo e della percussione e il virtuosismo ipnotico e circolare del violino  – provoca l’esplosione catartica dei sensi e dei sentimenti.

Bisognerà poi attendere i grandi coreografi di fine Ottocento per vedere sul palcoscenico di un Teatro la danza della tarantella, che, nell’immaginario collettivo, è, per antonomasia, un’esclusiva napoletana, ma che - in realtà – in Italia nasce in Sicilia, si trasforma in Puglia nella Pizzica, si trasmette col suo ritmo ternario in Calabria, Grecia e nel Medio oriente, e si sublima nella danza napoletana universalmente nota, sorella agile e leggera della più tellurica e ostinata tammurriata.

In quel continuo e fertile travaso bilaterale fra cultura egemone e subalterna, fra musica colta e popolare, la tarantella è entrata da protagonista in tantissime partiture celebri di illustri compositori; già se ne intravede la silhouette nelle Gighe barocche e poi - attraversando l’intera storia della musica colta occidentale - si insinua da protagonista tra le pagine di Liszt, Chopin, Schubert, Rossini, Stravinskij, Mendelsshon, Ciaikovsky e molti altri, portando con sé un enorme contributo di sfrenata allegria, voglia di vivere e resistenza feroce alle fatiche della vita e del mondo.

 

Rossini, dopo un breve ed intensissimo periodo creativo nel quale musicò decine di opere liriche, dalle farse alle commedie, dalle tragedie alle opere serie e semiserie, sfornando capolavori assoluti come Il Barbiere di Siviglia, La gazza ladra, Mosè, Guglielmo Tell, per citarne solo alcuni, improvvisamente, dopo Il 1829, depose penna e carta pentagrammata e smise di comporre.

Una ventina di anni di attività forsennata, poi, il silenzio e la sua ipocondria, ravvivata solo un po’ dalla buona cucina e dalle sue ricette. Ma gli affetti delle persone care lo portarono talvolta a rompere questo “silenzio musicale”, con quelli che lui chiamò con umorismo “peccati di vecchiaia”.
Nacquero allora alcuni capolavori, soprattutto religiosi: lo Stabat Mater (1841) e in particolare La Petite Messe Solennelle (1863), per coro, armonium e doppio pianoforte, una delle opere più belle di musica sacra mai scritte. Tra i “péchés de vieillesse” si devono ricordare anche Les Soirées Musicales” (1835), dodici canzoni per voce e pianoforte, di vario carattere, dall'aulico al popolaresco, dal sentimentale al drammatico, e tra queste brilla per vivacità e inventiva la celeberrima tarantella napoletana, intitolata La Danza su versi del Conte Carlo Pepoli, famosa anche come la Tarantella di Rossini che ispirò numerosi illustri compositori, fu arrangiata per diversi organici e – nella sua versione pianistica – era nel programma di sala del mio primo concerto pubblico a Roma nel ’74 presso l’Oratorio del Caravita…

 

La tarantella è entrata prepotentemente nella mia vita quando, poco più che ventenne, scoprii La Terra del Rimorso di Ernesto De Martino, studiai con Diego Carpitella poco prima della sua scomparsa ed entrai nel magico mondo dell’antropologia culturale, pensando che prima o poi avrei composto un’opera sui ritmi e i versi della taranta (Santu Paulu meu delle tarante…) ritrovandone poi i ritmi nelle manifestazioni politiche degli anni ’70, negli slogan della Curva Sud, alla base della mitica Bocca di Rosa, alle radici di tutta l’opera di Roberto De Simone, e nelle mie stesse mani ogni volta che – insieme agli amici – improvvisavamo qualcosa di coinvolgente cantando e suonando con qualsiasi oggetto avessimo a disposizione.

 

Poi un giorno, nel ’82, dopo aver iniziato ormai da tempo un’attività di artista promotore e divulgatore musicale a Roma, mi trovai a dirigere lo Stabat Mater di Boccherini (grande cultore di danze popolari italiane e spagnole del ‘700…), il tenore solista era un giovane di belle speranze, un tal Nando Citarella…

Da allora nacque tra noi un’amicizia fraterna ormai più che trentennale ed una collaborazione che – oltre a molte decine di concerti – ci ha portato a scrivere insieme due opere: Itaca e Le Avventure di Pulcinella e Karagoz, che – commissionatami dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia - riscosse a Roma enorme successo; nonchè diverse canzoni e danze, sempre legate alle tradizioni popolari e raccolte in numerosi CD in commercio dagli anni ’80.

 

Da sempre innamorato della cultura levantina greca e turca, nel ’97 mi tuffai con entusiasmo in questa avventura creativa intorno a Pulcinella e Karagoz, studiando documenti e registrazioni relative al teatro delle ombre turche e greche - Karagoz per i turchi è una maschera nata a Bursa (in Turchia), mentre per i greci Karagjosis (lo stesso personaggio) è una maschera nata a Thessaloniki (in Grecia)… - ed immaginai una sorta di incontro tra le due maschere, uno scambio di oggetti culturali, di immagini, ritmi, suoni, colori che rappresentavano un gioioso abbraccio tra le due figure ed un progetto di integrazione tra le due culture, quella napoletana e quella greco – turca, inseguendo una fratellanza che ancora oggi costituisce un progetto, un’utopia, un dovere.

Venne fuori una festosa opera multimediale con attori, cantanti, danzatori, teatro delle ombre e videoproiezioni, con libretto di Nando Citarella e musiche mie da me dirette nel ’98 nell’ambito della stagione Santa Cecilia per i bambini.

 

Alcuni anni dopo mi fu richiesta un’elaborazione orchestrale dell’opera, una sorta di Suite Sinfonica che dell’originale conserva solo una voce cantante e recitante e che musicalmente intende ricreare i colori sgargianti e le forti passioni delle culture coinvolte, alla ricerca di un nuovo linguaggio comune. Pulcinella and Karagoz suite ha avuto una discreta diffusione anche in Grecia e Turchia dove è stata diretta dal M° Cem Mansur.

 

Fin qui abbiamo presentato la tarantella, la danza, l’incontro tra un musicista classico come me ed un artista come Nando Citarella, studioso ed interprete delle più profonde tradizioni popolari, un desiderio reciproco di contaminazione ed integrazione con la voglia di rivisitare le radici culturali più remote con gli strumenti della musica colta e di ravvivarne le partiture con l’energia e la forza dirompente della musica popolare.

Distillando insieme Danza, Tarantella, Pulcinella, Napoli, Tradizioni Popolari e Musica Colta all’ennesima potenza e purezza, salta fuori come un genio dalla lampada il Pulcinella di Stravinskij, in tutta la sua eleganza levigata e la sua energia selvaggia: ispirandosi a musiche originali di Giovanni Battista Pergolesi, rivisitate dal grande Maestro russo con acuminati e taglienti strumenti compositivi, questa suite realizzava splendidamente il nostro progetto di contaminazione ed integrazione di generi musicali.

Le prime importanti composizioni di Stravinskij, dal L’Uccello di fuoco a Le Sacre du primtemps, nacquero sotto il segno dei Ballets Russes di Diaghilev. Anche l'idea di comporre Pulcinella scaturì da una passeggiata tra Stravinskij e Diaghilev, a Parigi, in un pomeriggio di primavera del 1919. L'impresario aveva avuto l'idea di creare uno spettacolo coreografico su musiche di Pergolesi, sulla scia della positiva esperienza del balletto Le donne di buon umore, con musiche di Scarlatti orchestrate da Vincenzo Tommasini, o della Boutique Fantasque, con musiche di Rossini orchestrate da Respighi. E suggerì al compositore di scrivere una partitura utilizzando alcune musiche di Pergolesi, in parte edite ma rare, in parte del tutto sconosciute. Dopo le prime esitazioni, Stravinskij cominciò a lavorare con piacere su «quei numerosi frammenti e brandelli di opere incompiute o appena abbozzate, che avevano avuto la fortuna di sfuggire ai filtri dei redattori accademici» e che gli facevano «sentire sempre di più la vera natura di quel musicista, e discernere in maniera sempre più netta la sua prossima parentela spirituale e, per così dire, sensoriale, con lui».

Oltre che dall'interesse per la musica di Pergolesi, per la gestualità, la vitalità ritmica e un certo gusto per il popolaresco che la contraddistinguono, Stravinskij fu attratto anche dalla presenza di Pablo Picasso e di Léonide Massine, che erano stati invitati a collaborare rispettivamente per le scene e i costumi, e per la coreografia. Il soggetto fu ricavato da uno scenario della Commedia dell'Arte, I quattro pulcinelli simili, scovato da Diaghilev alla Biblioteca Nazionale di Napoli: Pulcinella è amato da tutte le ragazze di Napoli, ma scatena la gelosia degli altri uomini che tramano per ucciderlo. Per comporre questo "balletto con voci e piccola orchestra" Stravinskij dunque attinse a pagine che all'epoca si credevano autenticamente di Pergolesi, e nella vasta produzione stravinskijana, il Pulcinella viene considerata l'opera capostipite della fase cosiddetta “Neoclassica”, l'esempio più eclatante della poetica dei recuperi della musica del passato.

Nella Suite orchestrale che ascolteremo stasera, Stravinskij eliminò tutte le parti vocali, che comunque non erano direttamente legate all'azione del balletto, sostituendole con linee strumentali - ad esempio la parte del tenore, nel secondo movimento, la Serenata, è sostituita dall'oboe - e riducendo i movimenti da 18 a 8 (con un dimezzamento complessivo della durata).

La Suite per orchestra ci appare come un concentrato delle caratteristiche musicali del balletto, la quintessenza del Neoclassicismo di Stravinskij, di quel geniale gioco di metamorfosi che gli permise di mantenere inalterate le linee melodiche dei frammenti originali, attenendosi anche per i bassi allo stile di Pergolesi, ma deformandone abilmente tutti gli altri parametri: armonia, ritmo, colori, contrappunti, inventando nuovi mirabili effetti ed impasti sonori, eliminando i clarinetti, trovando chimiche sorprendenti mescolando i suoni di legni e ottoni e utilizzando in modo rivoluzionario l’uso degli armonici negli archi e nei flauti.

 

Insomma, per me – che ho sempre amato gli incontri fra culture e linguaggi lontani nello spazio e nel tempo – un vero e proprio modello compositivo in cui due realtà diverse restano autonome e identificabili ma ognuna è imprescindibilmente impregnata dell’altra, creando neologismi con un vocabolario antico, raccontando storie vecchie con parole nuove.

 

Concludendo, in questo programma c’è un bel pezzo della mia vita di uomo e artista del Sud: le città che forse più amo - Napoli, Atene e Istanbul - il mio più caro amico musicista, i ritmi della mia gioventù immersa tra passioni politiche, calcistiche e musicali, la passione per le contaminazioni tra echi di voci lontane (una volta volevamo cambiare il mondo, oggi ci limitiamo a descriverlo con passione), il mio primo concerto, il trionfo di una parte di Sud del Mondo.

Infine, sono presenti due Suites sinfoniche tratte entrambe da opere più complesse, intessute di musica, danza e poesia.

 

Buon ascolto e Buon Anno.

 

   Luciano Bellini

Il repertorio presentato nel progetto Christmas Songs è basato su alcuni dei brani più conosciuti della musica Soul/Funk uniti a celebri canzoni natalizie riarrangiate nello stesso stile Soul/Funk.

Sembra strano unire il termine Soul, che letteralmente significa “Anima”, a Funk, riferito nello slang afro-americano a qualcosa di maleodorante. In qualche modo è l’unione tra un concetto spirituale ed un concetto molto fisico.

La musica soul è espressione della comunità afro-americana che tra la fine dei ’50 e i primissimi ’60 combina elementi del Gospel e del Rhythm & Blues, alle cui radici il Soul rimase strettamente legato durante la prima parte degli anni sessanta. In seguito musicisti ed etichette come la Stax, Atlantic, Motown produssero soluzioni melodiche, armoniche e ritmiche molto diverse tra loro. Da una parte si ebbe un’urbanizzazione e commercializzazione delle radici musicali afroamericane, dall’altra questa musica ha molto influenzato le lotte dei movimenti per i diritti civili.

Le caratteristiche principali delle sonorità timbriche, che portarono questa musica ad un grandissimo successo internazionale, sono quelle relative ad un uso innovativo della sezione ritmica, la presenza caratteristica del background vocale e di sezioni di fiati, l’uso costante dei nuovi strumenti elettrici come l’organo Hammond e il pianoforte elettrico.

Verso la fine dei ’60 alcuni musicisti, principalmente James Brown, cominciarono a sperimentare soluzioni ritmico-armoniche innovative, sempre più influenzate dal jazz oltre che dalle radici africane. Queste innovazioni portarono alla nascita e sviluppo del Funk, una musica basata su incalzanti “groove” ritmici, nei quali il basso elettrico e la batteria sono ancora più presenti attraverso riff ripetitivi ed esaltanti. L’armonia, spesso più rarefatta, accoglie le complessità e le influenze del jazz usando accordi molto complessi rispetto a quelli usati nel soul. Molte forme musicali, quali la Disco music e il Rap, trovano le proprie origini nella musica Funk, matrice contaminante e fertile che, insieme al Soul, non ha mai mancato di ispirare i musicisti delle generazioni successive.

Angelo Valori

NICOLAJ RIMSKIJ –KORSAKOV, La notte prima di Natale, suite per orchestra
- Introduzione 
- Giochi e danze di stelle: 
Mazurka 
Ballo delle comete 
Danza in circolo  
Czardas e pioggia di stelle cadenti 
- Sabba delle streghe 
- Polacca 
- Scena VIII:
 Alba
 Corteo di Osven e Kolyada
 
 
Esponente di spicco del “Gruppo dei Cinque”, Nicolaj Rimskij-Korsakov (Tikhvin, Novgorod, 1844 – Liubensk, Pietroburgo, 1908) condivise con Belakirev, Cui, Musorgskij e Borodin il comune ideale della musica nazionale, con la creazione di opere ispirate a tematiche e a motivi musicali tipicamente russi.  
La suite orchestrale La notte prima di Natale è tratta dall’omonima opera in quattro atti composta da Rimskij-Korsakov (autore anche del libretto) tra il 1894 e il 1895 e rappresentata al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo il 28 novembre del 1895. Basata su un racconto di Gogol (contenuto in Veglie alla fattoria presso Didan’ka, 1831), il soggetto fu utilizzato anche da Čaikovskij nel 1876 per l’opera Il fabbro Vakula.
L’opera contiene molti elementi soprannaturali, con la presenza del diavolo, di streghe, stregoni, magie, anime cattive, spiriti. La vicenda, ambientata nel villaggio ucraino di Didan’ka nella notte di Natale, narra della bella fanciulla Oksana, decisa a sposare Vakula, il fabbro del villaggio, a patto che lui le doni gli stivaletti della zarina; con l’aiuto del diavolo, Vakula riuscirà nell’impresa di procurarseli. 
La Suite sinfonica fu scritta nel 1903 ed è composta da nove quadri che si succedono senza soluzione di continuità. Qui è possibile cogliere le grandi abilità di orchestratore di Rimskij-Korsakov (autore tra l’altro di un famoso Trattato di strumentazione), che pone il ritmo puro degli strumenti come elemento strutturale della composizione, sia nella loro singolarità che in combinazioni di grande fascino sonoro. 
Nell’Introduzione il clima magico è reso dal mormorio degli archi, dagli interventi solistici dei legni e dei corni e dai timbri scintillanti del glockenspiel e della celesta, mentre è il flauto a proporre il tema saltellante della Mazurka delle stelle. Segue il breve Ballo delle comete, dal cui andamento accordale verso l’acuto di archi e legni prende vita un solo del violino che conduce alla Danza in circolo, introdotta da un motivo dolce e sereno dal clarinetto. La tavolozza sonora proposta da Rimskij-Korsakov si arricchisce ulteriormente di nuove suggestioni nella  Czardas e pioggia di stelle cadenti, con il ritmo vivace dei legni sul pizzicato degli archi in un crescendo che sfocia nell’inquietante e cupo Sabba delle streghe. Il tema brillante della Polacca è il più conosciuto della Suite, che si conclude con la Scena VIII e il Corteo di Osven e Kolyada: qui il tema appassionato dell’Andante ben presto lascia spazio a un’atmosfera più rarefatta, con l’acquietarsi ritmico e dinamico della scrittura che conclude il brano con un accordo in pianissimo di tutta l‘orchestra.
Le musiche de La notte prima di Natale costituiscono anche la colonna sonora del film d'animazione sovietico del 1951 Noč' pered Roždestvom (La Notte prima di Natale) diretto dalle sorelle Valentina e Zinaida Brumberg
 
 
 
 
Pëtr Il’ič ČAIKOVSKIJ, Sinfonia n. 5 in mi minore op.64
- Andante. Allegro con anima
- Andante cantabile con alcuna licenza 
- Valse. Allegro moderato
- Finale. Andante maestoso. Allegro vivace
 
Solo otto anni separano la rappresentazione dell’opera di Rimskij-Korsakov dalla prima esecuzione della Quinta Sinfonia di Pëtr Il’ič Čaikovskij (Votkinsk, Urali, 1840 – Pietroburgo, 1893), avvenuta il 3 novembre del 1888 a Pietroburgo sotto la direzione dell’autore ottenendo un’accoglienza piuttosto fredda, soprattutto da parte della critica. Lo stesso Čaikovskij inizialmente ebbe a considerare negativamente il suo lavoro e soltanto dopo diversi anni la sinfonia si impose come una delle sue opere più eseguite e più amate.
Estraneo alle tendenze della scuola nazionale russa, Čaikovskij fu il rappresentante della tradizione musicale occidentale in Russia, attraverso le cui forme vengono filtrati e smorzati quei riferimenti al canto popolare che pure nella sua produzione non mancano. 
Anche nella Quinta sinfonia è presente la tematica dell’implacabilità del destino, elemento ricorrente nella produzione di Čaikovskij, espressione di una travagliata condizione esistenziale: la fragilità di carattere, l’instabilità dei rapporti sentimentali con il rapido fallimento del matrimonio con Antonina Miliukova, la tormentata condizione di omosessuale, lo portarono più volte a un passo dal suicidio, malgrado il successo di dimensioni internazionali che aveva conosciuto già a partire dalla metà degli anni ’70 dell’Ottocento.
I tratti della sua personalità si riflettono nella musica, che esprime con evidenza i conflitti interni dell’autore.
Nell’Andante che apre il primo movimento della Sinfonia un cupo tema esposto dai clarinetti all’unisono esprime, secondo lo stesso Čaikovskij, la rassegnazione davanti al destino: è una sorta di tema conduttore, secondo il principio della costruzione ciclica, che si ripresenta durante tutto il corso della composizione. L’Allegro con anima che segue presenta un primo tema dal ritmo piuttosto vivace ma intriso di un’inquietudine che, come si apprende dagli appunti del compositore, allude a “mormorii, dubbi, accuse”, mentre il secondo tema ha un andamento di danza. L’Andante cantabile con alcuna licenza si apre con la melodia spiegata del corno, uno degli esempi più felici dell’invenzione melodica čaikovskiana, cui fa seguito una parte centrale con una nuova idea tematica introdotta del clarinetto e bruscamente interrotta dal ritorno del tema del destino, che risuona minaccioso anche nella ripresa del tema iniziale a chiusura del movimento. Il terzo movimento Allegro moderato è un elegante valzer, turbato verso la conclusione di nuovo dalla comparsa motivo del fato, che apre anche il Finale, ma questa volta in tonalità maggiore e con un incedere enfatico, in una sorta di corale. L’Allegro vivace si presenta ricco di idee, con i due temi che lo caratterizzano presentati ed elaborati in un discorso musicale che si esprime in un tono complessivo di grande teatralità e grandiosità sonora. 
 
 
 
Gianluca Sulli
 

NICOLAJ RIMSKIJ –KORSAKOV, La notte prima di Natale, suite per orchestra

Esponente di spicco del “Gruppo dei Cinque”, Nicolaj Rimskij-Korsakov (Tikhvin, Novgorod, 1844 – Liubensk, Pietroburgo, 1908) condivise con Belakirev, Cui, Musorgskij e Borodin il comune ideale della musica nazionale, con la creazione di opere ispirate a tematiche e a motivi musicali tipicamente russi.

La suite orchestrale La notte prima di Natale è tratta dall’omonima opera in quattro atti composta da Rimskij-Korsakov (autore anche del libretto) tra il 1894 e il 1895 e rappresentata al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo il 28 novembre del 1895. Basata su un racconto di Gogol (contenuto in Veglie alla fattoria presso Didan’ka, 1831), il soggetto fu utilizzato anche da Čaikovskij nel 1876 per l’opera Il fabbro Vakula.

L’opera contiene molti elementi soprannaturali, con la presenza del diavolo, di streghe, stregoni, magie, anime cattive, spiriti. La vicenda, ambientata nel villaggio ucraino di Didan’ka nella notte di Natale, narra della bella fanciulla Oksana, decisa a sposare Vakula, il fabbro del villaggio, a patto che lui le doni gli stivaletti della zarina; con l’aiuto del diavolo, Vakula riuscirà nell’impresa di procurarseli.

La Suite sinfonica fu scritta nel 1903 ed è composta da nove quadri che si succedono senza soluzione di continuità. Qui è possibile cogliere le grandi abilità di orchestratore di Rimskij-Korsakov (autore tra l’altro di un famoso Trattato di strumentazione), che pone il ritmo puro degli strumenti come elemento strutturale della composizione, sia nella loro singolarità che in combinazioni di grande fascino sonoro.

Nell’Introduzione il clima magico è reso dal mormorio degli archi, dagli interventi solistici dei legni e dei corni e dai timbri scintillanti del glockenspiel e della celesta, mentre è il flauto a proporre il tema saltellante della Mazurka delle stelle. Segue il breve Ballo delle comete, dal cui andamento accordale verso l’acuto di archi e legni prende vita un solo del violino che conduce alla Danza in circolo, introdotta da un motivo dolce e sereno dal clarinetto. La tavolozza sonora proposta da Rimskij-Korsakov si arricchisce ulteriormente di nuove suggestioni nella Czardas e pioggia di stelle cadenti, con il ritmo vivace dei legni sul pizzicato degli archi in un crescendo che sfocia nell’inquietante e cupo Sabba delle streghe. Il tema brillante della Polacca è il più conosciuto della Suite, che si conclude con la Scena VIII e il Corteo di Osven e Kolyada: qui il tema appassionato dell’Andante ben presto lascia spazio a un’atmosfera più rarefatta, con l’acquietarsi ritmico e dinamico della scrittura che conclude il brano con un accordo in pianissimo di tutta l‘orchestra.

Le musiche de La notte prima di Natale costituiscono anche la colonna sonora del film d'animazione sovietico del 1951 Noč' pered Roždestvom (La Notte prima di Natale) diretto dalle sorelleValentina e Zinaida Brumberg

 

Pëtr Il’ič ČAIKOVSKIJ, Sinfonia n. 5 in mi minore op.64

Solo otto anni separano la rappresentazione dell’opera di Rimskij-Korsakov dalla prima esecuzione della Quinta Sinfonia di Pëtr Il’ič Čaikovskij (Votkinsk, Urali, 1840 – Pietroburgo, 1893), avvenuta il 3 novembre del 1888 a Pietroburgo sotto la direzione dell’autore ottenendo un’accoglienza piuttosto fredda, soprattutto da parte della critica. Lo stesso Čaikovskij inizialmente ebbe a considerare negativamente il suo lavoro e soltanto dopo diversi anni la sinfonia si impose come una delle sue opere più eseguite e più amate.

Estraneo alle tendenze della scuola nazionale russa, Čaikovskij fu il rappresentante della tradizione musicale occidentale in Russia, attraverso le cui forme vengono filtrati e smorzati quei riferimenti al canto popolare che pure nella sua produzione non mancano.

Anche nella Quinta sinfonia è presente la tematica dell’implacabilità del destino, elemento ricorrente nella produzione di Čaikovskij, espressione di una travagliata condizione esistenziale: la fragilità di carattere, l’instabilità dei rapporti sentimentali con il rapido fallimento del matrimonio con Antonina Miliukova, la tormentata condizione di omosessuale, lo portarono più volte a un passo dal suicidio, malgrado il successo di dimensioni internazionali che aveva conosciuto già a partire dalla metà degli anni ’70 dell’Ottocento.

I tratti della sua personalità si riflettono nella musica, che esprime con evidenza i conflitti interni dell’autore.

Nell’Andante che apre il primo movimento della Sinfonia un cupo tema esposto dai clarinetti all’unisono esprime, secondo lo stesso Čaikovskij, la rassegnazione davanti al destino: è una sorta di tema conduttore, secondo il principio della costruzione ciclica, che si ripresenta durante tutto il corso della composizione. L’Allegro con anima che segue presenta un primo tema dal ritmo piuttosto vivace ma intriso di un’inquietudine che, come si apprende dagli appunti del compositore, allude a “mormorii, dubbi, accuse”, mentre il secondo tema ha un andamento di danza. L’Andante cantabile con alcuna licenza si apre con la melodia spiegata del corno, uno degli esempi più felici dell’invenzione melodica čaikovskiana, cui fa seguito una parte centrale con una nuova idea tematica introdotta del clarinetto e bruscamente interrotta dal ritorno del tema del destino, che risuona minaccioso anche nella ripresa del tema iniziale a chiusura del movimento. Il terzo movimento Allegro moderato è un elegante valzer, turbato verso la conclusione di nuovo dalla comparsa motivo del fato, che apre anche il Finale, ma questa volta in tonalità maggiore e con un incedere enfatico, in una sorta di corale. L’Allegro vivace si presenta ricco di idee, con i due temi che lo caratterizzano presentati ed elaborati in un discorso musicale che si esprime in un tono complessivo di grande teatralità e grandiosità sonora.

Gianluca Sulli

                                                                                 

                                                                                 

Il progetto della cantante Lucia Casagrande Raffi "Mujeres: Pasiones y Milagros al Sur", è un omaggio alla creatura magica della donna, dove la musica diviene linguaggio per celebrare diversità culturali, annullare barriere e unire persone di ogni razza.

La cantante umbra appassionata da sempre della cultura e civiltà sud-americana, conosce e canta in lingua spagnola. Molti brani proposti dal sestetto di voce e strumenti ( pianoforte, chitarra, percussioni, violino, contrabbasso), arrangiati dal pianista e compositore reatino Paolo Paniconi, sono una sintesi di tradizione ranchera, con particolare riferimento al Messico e contemporaneità più pop, fino a sfiorare il  genere cantautorale; pertanto sono compresenti  registri vocali e gamme sonore insoliti per una cantante di formazione classica, in un mezcalito di stili vocali apparentemente lontani tra loro, ma che danno ai brani una luce, un colore, una sensibilità peculiare.

Non mancano all'interno del progetto brani della tradizione folklorica cubana,venezuelana, panamense, argentina e spagnola, unitamente a testi romantici, politici, ironici, sofisticati e popolari allo stesso tempo.

Ispirata da cantanti leggendarie come Lucha Reyes, Amparo Ochoa, Mercedes Sosa, Chavela Vargas, molte canzoni sono legate alla sensualità latina piena di colore e calore, altre raccontano storie e si allacciano in parte alla pratica degli ex voto (La Llorona, La Sandunga, La Martiniana, La Bruja).  Le offerte votive appartengono a un’antichissima tradizione e in Messico, sono alla base della stessa nascita del culto della Vergine di Guadalupe, patrona del continente americano. Composti da una parte verbale e una parte iconica, hanno da sempre avuto la capacità di veicolare l’invisibile attraverso il visibile. Realizzati su latta, un materiale povero e facilmente recuperabile, descrivono e mescolano fatti quotidiani e disavventure personali, con  leggende e tradizioni popolari fortemente radicate nella cultura messicana, come i protagonisti del « Dia de los Muertos », scheletri e personaggi fantasmagorici che si aggirano tra i vivi nel giorno dedicato alla commemorazione dei defunti e che compaiono spesso in queste tavolette.

Il sassofono è, si potrebbe dire, uno strumento “noto ma sospetto”, almeno negli ambienti tradizionali della musica colta e nelle sale da concerto delle “normali” stagioni concertistiche italiane. Il problema è che congiurano sovente, musicisti e pubblico, nell’alimentare l’ambiguità di fondo di uno strumento tardivo (siamo negli anni Quaranta dell’Ottocento) nato da inseminazione artificiale in ambiente colto, tollerato più che accettato, ieri come oggi, e subito emigrato altrove, nelle libere spiagge della musica senza papillon.
Ora che il cravattino se lo tolgono in molti anche nelle Accademie, la collocazione di questo bel tubo metallico si fa sempre più difficile da stabilire. Quando poi abbiamo di fronte un intero ensemble di sax, le coordinate mentali si imbrogliano, e seguono le esperienze sonore, le singole memorie musicali, i timbri e i vissuti di ciascun ascoltatore: il suo bagaglio. Ma così il rischio di perdersi, nell’ascolto, si fa grande ...
SAXOFONIA ensemble, nasce dall’esigenza quindi di proporre un percorso riassuntivo della vita di questo bellissimo strumento, sfruttando le grandi capacità comunicative del Sassofono e approfondendo tutti i tipi di repertorio, con un occhio di riguardo alla musica più vicina all’orecchio dell’ascoltatore tipo dei nostri giorni.
Il tutto è condito in modo spettacolare da una attenta regia scenografica messa in scena dai musicisti, che coinvolge anche il pubblico in sala, creando un clima di partecipazione che lascia il segno in un ogni tipo di fruitore dell’evento.
 
L'ensemble attacca una musica rilassante di Mozart. Improvvisamente, la musica si ferma. I musicisti sembrano congelati, nessuna spiegazione sembra plausibile  A un esame più attento, un uomo entra in sala in possesso di un telecomando e presenta GioCoSax 2.0, il nuovo e completamente automatizzato cyber-ensemble.
L’esecuzione è facile da gestire con il telecomando, che è completamente attrezzato con tutti i comandi standard come play, pausa, stop, avanti veloce e riavvolgimento... E grazie a un micro-chip con la dimensione di 1,000,632,900 gigabyte, l’ensemble è in grado di eseguire qualsiasi tipo di musica con il semplice tocco di un pulsante.
Tuttavia, durante l’esecuzione, l'orchestra comincia a mostrare segni di tensione, e  i circuiti del telecomando vanno presto in tilt. Potrà il concerto finire senza intoppi? O sarà il caso di tornare a GioCoSax 0.0? Ai posteri l’ardua sentenza ….
 
Vero jazzista, con ampia esperienza alle spalle è lo spagnolo Pedro Iturralde, una delle colonne del sax nella penisola iberica, docente di questo strumento per molti anni presso il Conservatorio di Madrid, ma anche rappresentante di punta del jazz-flamenco della fine anni Sessanta. Nella accattivante Suite Hellenique (conosciutissima è la danza Kalamatianós di apertura in 7/8) l’impianto jazz si mescola a suggestioni folcloriche (nel pieno – e retrò – senso del termine) e a contrastanti rapporti con splendide melodie funky o con i ritmi tradizionali di danza.
Il brano quindi, prendendo spunto dalle melodie popolari, distilla dalla loro semplicità una purezza poetica che sembra rendere presente l’innocenza e l’ingenuità dell’infanzia. La distinzione tra classico, jazz e popolare perde ogni significato, antiche danze e canti popolari rivivono in una incalzante antitesi di ritmi e armonie.
Ascoltando il brano si ha la sensazione di percepire ritmi balcanici, slavi, forse ebraici, con una puntatina nel jazz e invece scopri che l’autore è spagnolo, e tanta Spagna è presente nella Suite…
Il compositore, insieme al suo famoso quartetto, ha collabora con importanti artisti spagnoli e americani, come Jerry Mulligan, che ci da lo spunto per presentare il prossimo brano.
 
“Anche quando si inventarono il Jazz/tango per fare scalpore, io mi prestai, perché avevo bisogno di essere conosciuto. Anche allora mi buttai nell’avventura con ironia, con scetticismo ma il tango mi prese e mi avvolse, costringendomi a credere in quell’operazione che era soltanto commerciale e quando a Milano incisi “Summit” con Mulligan, anche lui non ci credeva ma aveva finito per essere ammaliato.”
Con queste parole Astor Piazzolla descrive la nascita di una collaborazione con il jazzista americano Jerry Mulligan, per molti versi casuale ma risultata innovativa e di grande rilevanza per l’incontro tra due mondi espressivi sino ad allora separati ed appartenente inconciliabili. Nel 1974 tutti e due frequentavano gli ambienti Milanesi e fu lì che avvenne il “Summit” (da qui il nome del progetto musicale) e la registrazione di uno stupendo CD con la collaborazione di musicisti italiani di altissimo livello. Nella versione che sentirete questa sera sono presenti alcune tracce del disco tra cui “Summit” stesso e una bellissima “Close your eyes and listen” (Chiudi gli occhi e ascolta) che vi prego vivamente di fare … 
Come ultimo brano della Suite non poteva mancare una citazione di un famoso melodia Piazzolliana, a voi l’onere e il piacere di scoprirne il titolo.
 
POLVERE DI STELLE
La suite, che da il nome al disco di Saxofonia, è una carrellata di brani scelti tra autori a cavallo tra classico e jazz; ad esempio sia Gershiwin che Ellington amavano la musica classica ed hanno scritto, a modo loro, brani che si rifanno alla cultura colta europea. La suite intreccia le varie melodie senza interruzioni (soluzione di continuità)  andando a “toccare” quelle famose melodie che tutti conosco o che hanno almeno ascoltato una volta, ma forse … non ricordano con precisione dove. Un film? Un Musical? Un ascolto rubato alla Radio o una sigla televisiva?  La Suite finisce con il famoso brano di Kander, cantato e reso famoso dai più famosi cantanti di musica leggera. A voi scoprire di che brano si tratta … e voglio vedere se non vi viene voglia di ballare!
 
BEATLES MANIA
Inutile la presentazione di questo brano; alcune melodie celebri, arrangiate in maniera molto personale, sono unite in una Suite che rappresenta una finestra sulla musica leggera che ha segnato tutta la musica pop del nostro secolo.
 
 
Scrivere un programma di sala per l’ensemble “Saxofonia” è difficile, l’interazione con il pubblico è fondamentale e i brani musicali si susseguono a secondo della risposta degli spettatori. In questa occasione … se il Direttore riuscirà a tenere a bada i suoi musicisti … riuscirete a cogliere la vera essenza di questo straordinario strumento e le sue bellissime sonorità che riesce a creare.
Ma nulla è scontato in un concerto di Saxofonia …
Buon ascolto!
 
Giovanni Ieie
25 Ottobre 2018

Saxofonia Ensemble

Written by
“Musica per il piacere di eseguirla” è l’idea che ha raccolto i valenti musicisti attorno all’ensemble SAXOFONIA, i quali hanno potuto così scegliere un repertorio libero da ogni vincolo commerciale, selezionando i brani più adatti alla resa timbrica-strumentale e alla soddisfazione personale. 
 
Il gruppo SAXOFONIA, fondato nel 2000 all’interno del Conservatorio di Musica 
“U. Giordano” di Rodi Garganico deve la sua nascita al sincero legame di amicizia e alla grande stima reciproca che lega i tre Docenti M° Giovanni Ieie, M° Gabriele Buschi, M° Roberto Vagnini, unitamente alla loro professionalità garantita dalle vaste esperienze personali avute sia in ambito nazionale che internazionale, quali collaborazioni con Orchestre, collaborazioni con Enti Concertistici, Concorsi Nazionali ed Internazionali, Concerti nei più grandi Teatri, trasmissioni RAI e Mediaset. 
Dalla sua nascita, L’ENSEMBLE, ha all’attivo numerosi concerti per Associazioni ed Enti di rilevanza nazionale calcando i palcoscenici dei principali teatri Italiani, riscuotendo ovunque successi di pubblico e di critica.       Nel 2010 l’ensemble ha registrato il suo primo CD “Polvere di Stelle”, che ha ricevuto consensi unanimi ed entusiastiche critiche giornalistiche.