Guida all'ascolto - 11/12/13 novembre 2016

Le due Sinfonie che ascolteremo questa sera, la Sinfonia n. 8 in si minore D 759, “Unvollendete” (Incompiuta) e la Sinfonia in do maggiore D 944 detta "Die Große” (La Grande) rappresentano due capolavori assoluti della produzione schubertiana e dell’intero repertorio sinfonico. Franz Schubert consegnò l'autografo della Sinfonia in si minore, datato 30 ottobre 1822, all'amico e compagno di studi Anselm Hüttenbrenner, membro della Società Musicale Stiriana di Graz in segno di gratitudine per la sua nomina a membro onorario. Tuttavia dovettero passare più di quarant’anni prima che si arrivasse alla prima esecuzione dell’opera, che ebbe luogo a Vienna il 17 dicembre 1865 - e cioè alcuni mesi dopo la prima del Tristan und Isolde di Wagner - sotto la direzione di Johann Herbeck, il direttore che rinvenne il manoscritto in casa di Hüttenbrenner. Tra i molti interrogativi ancora aperti riguardanti la genesi e la stesura di questo capolavoro, uno dei più interessanti riguarda proprio la sua “incompiutezza”. Secondo il musicologo Alfred Einstein, i due movimenti che Schubert portò a compimento, l’Allegro moderato e l’Andante con moto (è giunto fino a noi anche lo schizzo di un terzo movimento), percorrono strade così nuove e raggiungono livelli di coesione interna così profondi che lo stesso compositore trovò problematico procedere secondo schemi convenzionali. Non sono pochi, tuttavia, i lavori lasciati incompiuti da Schubert, alla perenne ricerca di una definizione del suo personale linguaggio musicale e poetico, e alle prese con l’arduo compito di confrontarsi con lo scenario musicale di una città come Vienna, in cui era ancora presente la memoria di Mozart e Haydn, ma soprattutto in cui viveva ed operava il grande Beethoven. Ciò ha generato una certa problematicità intorno all’ordine e alla numerazione delle Sinfonie: dopo le prime sei, rimangono a noi - oltre naturalmente all’Incompiuta - un abbozzo di una Sinfonia in mi maggiore e notizie di una Sinfona alla cui composizione avrebbe messo mano durante un soggiorno estivo a Gastein nel 1825, che potrebbe anche coincidere (come vedremo) con la stessa Sinfonia “Grande”. “Chi potrà fare qualcosa di più, dopo Beethoven?” annota Schubert in uno dei suoi carteggi, ma nonostante le sue titubanze, l’Incompiuta è un’opera del tutto originale: la stessa scelta della tonalità, il si minore, mai utilizzata da Haydn, Mozart e Beethoven (probabilmente perché problematica per gli ottoni naturali), rivela un particolare intento drammatico sotteso al primo movimento e, come nota Einstein, è la stessa tonalità di due celebri Lieder quali Der Doppelgänger e Der Unglückliche, pervasi da una misteriosa inquietudine. Il timbro ha un valore espressivo talmente significativo da divenire elemento strutturale della composizione (basti pensare alla frase iniziale, mormorio che si leva dalle profondità dei contrabbassi e violoncelli, sostenuti poi da fagotti e corni). Nel paragonare l’utilizzo delle dinamiche del primo movimento dell’Incompiuta con quello della Quinta Sinfonia di Beethoven, Einstein fa notare anche delle rilevanti differenze: i possenti crescendo orchestrali di Beethoven culminano sempre in esplosioni di proporzionata violenza, mentre la scrittura schubertiana procede per netti contrasti. In Beethoven ogni elemento concorre a costruire una possente architettura, e il materiale tematico è continuamente elaborato per dar vita a un discorso in continuo sviluppo, mentre Schubert esalta il valore autonomo della melodia e procede senza il vincolo di funzioni strutturali, insistendo nella ripetizione dei due fascinosi temi, come preso in una meditazione senza via d'uscita.

Se possiamo far risalire una prima notizia della Sinfonia “Grande” alla lettera di Bauernfeld, l'amico che ospitò Schubert presso le località montane di Gmunden e Gastein nel 1825, la partitura completa reca invece la data del 1828. C’è infatti chi ha formulato l’ipotesi (ad esempio l’eminente musicologo Maurice Brown nel 1958), che la mai ritrovata Sinfonia citata nella lettera di Bauernfeld coincida proprio con la Sinfonia in do maggiore, ultima fatica sinfonica di Schubert. Subito dopo averla terminata, il compositore stesso la propose alla Società Filarmonica di Vienna ma il lavoro venne rifiutato perché ritenuto “troppo lungo e difficile” (Schubert dovette sostituirla con l’altra Sinfonia in do maggiore, la n. 6, poi detta per contrasto “La Piccola”) ed il pregiudizio rimase tale ancora molto tempo dopo, nonostante l’evoluzione dello stile e l’ampliamento delle proporzioni del repertorio sinfonico, quando si rifiutarono ancora di eseguirla l’Orchestra della Società Filarmonica di Londra nel 1842 e l’Orchestra della Società dei Concerti di Parigi diretta da Habeneck nel 1844. Si tratta infatti di una partitura ambiziosa nel precorrere i tempi: "in fatto di Lieder non ho scritto granché di nuovo; in compenso mi sono esercitato con numerosi lavori strumentali […]. Voglio in questo modo prepararmi la strada verso la grande Sinfonia", annota il compositore. La “Grande” rappresenta effettivamente un ponte verso il sinfonismo successivo, sia per l'ampliamento dell'organico e delle dimensioni, sia per il superamento della logica sinfonica "classica", basata su una dialettica fra elementi contrapposti. La Sinfonia rimase così esclusa dalla programmazioni delle stagioni concertistiche, fino a quando Robert Schumann si recò a Vienna e, dopo aver reso omaggio alla figura di Schubert, rintracciò suo fratello Ferdinand presso il quale, all’inizio del 1839, trovò il manoscritto di questa Sinfonia. Schumann, entusiasta, la propose immediatamente all’amico Felix Mendelssohn che ne diresse la prima esecuzione al Gewandhaus di Lipsia, di cui era direttore, il 21 marzo 1839, con grande successo di pubblico. Nel 1840, anno in cui la Breitkopf&Härtel ne curò l’edizione, lo stesso Schumann le dedicò un articolo entusiastico sulla Neue Zeitschrift für Musik parlando di “completa indipendenza da Beethoven” e di “celestiale prolissità”. Decisivo è il rapporto a distanza con la Nona Sinfonia (1824) di Beethoven, la “Grande Sinfonia” per antonomasia da cui Schubert prende lo spunto per un'opera grandiosa (tra l'altro, nel finale della Sinfonia D 944 compare un'esplicita citazione dell'Inno alla gioia). Al criterio beethoveniano di contrasto e sviluppo drammatico subentra qui il principio basato sulle metamorfosi di un motivo elementare. L'ampio respiro del primo movimento (Andante - Allegro ma non troppo),  in forma-sonata, definisce il tono grandioso della Sinfonia. Sui pizzicati degli archi, l'oboe staglia la melodia all'ongarese che dà l'avvio all'Andante con moto del secondo movimento, ispirato ad alcuni Lieder del ciclo Die Winterreise. L'intervallo di terza e le figure in ritmo puntato accomunano i temi principali dei diversi movimenti e si ripercuotono sull'organizzazione tonale. Segue il terzo movimento composto da uno Scherzo brillante, al quale si contrappone un Trio dal carattere di Ländler popolare. il Finale è un movimento estremamente ampio, in forma-sonata, in cui il lungo sviluppo segue una logica paratattica, evitando una vera e propria elaborazione del materiale e preferendo richiamarsi ai singoli elementi già comparsi, dopo il quale troviamo, nella coda, una vera apoteosi della frenesia ritmica del movimento.
 
Silvia Umile