Guida all'ascolto 'Blues on Bach' - Stefano Zenni

Il rapporto tra jazz e musica classica europea è uno dei temi più dibattuti tra storici, critici e appassionati, ed è ancora oggi oggetto di incomprensioni, visioni storiche distorte e terreno di scontro ideologico. In verità di tratta di una relazione complessa, a tratti contraddittoria, una sorta di incontro-scontro tra culture che si nutre tanto di diffidenze quanto di scambi autentici e fecondi. Di certo esistono delle difficoltà a conciliare linguaggi di provenienza storia così diversa, ma esistono anche molti elementi compatibili che consentono una feconda mescolanza di idee.

Nel mondo del jazz è stato il compositore e pianista afroamericano John Lewis a produrre le opere più belle e importanti. In particolare con il suo Modern Jazz Quartet, tra la metà degli anni Cinquanta e gli anni Settanta, Lewis ha risolto problemi musicali impervi, come la creazione di fughe jazz (anche triple, come Three Windows), strutture a sviluppo con improvvisazione, apertura della forma, strutture tonali ispirate al nome “Bach” e così via, salvaguardando lo swing e un intenso blues feeling, con risultati di eccezionale valore musicale.

La nuova produzione di MetJazz e della Camerata Strumentale Città di Prato parte da un progetto del compositore e arrangiatore Michele Corcella proprio con lo scopo di esaltare la ricchezza di quella musica. Corcella ha anzitutto aggirato ogni riferimento al Modern Jazz Quartet, ad esempio evitando l’uso del vibrafono, per proiettare la musica su un piano più universale, meno legato all’esperienza da cui è nata. Inoltre ha limitato il ricorso dell’improvvisazione jazz al trio pianoforte, contrabbasso e batteria; e ha disegnato gli arrangiamenti in funzione dello stile pianistico di Enrico Pieranunzi, uno dei maggiori pianisti europei di jazz, e uno dei pochi al mondo che per storia e vocazione oggi è in grado di rileggere in modo personale l’eredità di John Lewis, che richiede competenze in diversi linguaggi, una peculiare sensibilità stilistica e una notevole apertura culturale.

Il repertorio abbraccia l’ampio spettro espressivo delle composizioni di John Lewis, in particolare le pagine ispirate ala cultura rinascimentale e barocca tra Francia e Italia, composte tra gli anni Cinquanta e Settanta. Ci sono la celebre Django, un tombeau in omaggio a Django Reinhardt, in cui il grande chitarrista gitano viene celebrato come un aristocratico della cultura francese; il dolente e dinamico Blues in A Minor, parte di una serie di blues nelle tonalità del nome BACH (Sib, La, Do, Si), estratti di colonne sonore per il cinema (l’incantevole valzer Skating in Central Park), l’omaggio alle città italiane (la ballad Milano, ma Lewis scrisse anche un brano intitolato Trieste); estratti dalla suite “The Comedy”, dedicata alla commedia dell’arte, di cui qui si ascoltano Spanish Steps (dedicato a Piazza di Spagna) e Piazza Navona; e naturalmente le fughe, tra cui Concorde e Vendôme (ispirate a due celebri piazze parigine) e Three Windows, una fuga tripla ispirata ispirata alle luci e ai colori di Venezia, capolavoro che era parte della colonna sonora di un film dimenticato. Ognuna di queste fughe è preceduta da un preludio scritto appositamente da Corcella.

Tutti questi riferimenti ambientali e culturali non sono semplici descrizioni esterne alla musica, ma si sostanziano nella scrittura di Lewis in precise forme e gesti musicali, spesso di carattere descrittivo o sottilmente allusivo. Ad esempio: Django si svolge su una forma tripartita, di chiara derivazione europea, che si apre e chiude con un ritmo tipico del genere funebre francese; il valzer di Skating in Central Park galleggia su un piccolo gesto sfuggente, sincopato, che simula un dolce pattinare, spensierato e malinconico; le piccole “scale” musicali di Piazza di Spagna, che salgono e scendono mescolando blues e valzer, alludono a quelle reali che sovrastano la piazza; le “tre finestre” di Three Windows sono altrettanti temi legati a luoghi e personaggi veneziani che si intrecciano in una scrittura di rara complessità e trasparenza. Nell’originale Blues in A Minor il basso continuo barocco diventa la traccia su cui si svolge un complesso blues con cambi di tonalità, metro, ritmo.

E poi ci sono le pagine che esulano da questi ambiti, come la danza modale, e trascinante del vicino oriente di The Jasmin Tree o That Slavic Smile, pensato da Lewis per la sua consorte slovena.

Dunque la musica di Lewis si tiene in equilibrio tra due mondi simbolici, quello jazz e quello classico, intrecciati da una fitta rete di gesti, forme, sviluppi che le due tradizioni musicali hanno in comune.

Questa inedita fusione tra jazz, musica classica europea, con tocchi di world music, nei primi anni Sessanta fu ribattezzata da Gunther Schuller “third stream”, ovvero musica che fondeva la prima corrente (quella classica), con la seconda (il jazz) per ottenerne una terza, la “third stream”, appunto. Quell’etichetta fu molto discussa ed ebbe in definitiva una fortuna limitata. Ma Michele Corcella è ben consapevole dei limiti e delle potenzialità di queste ibridazioni e nell’affrontare i capolavori di John Lewis ha sempre tenuto presente quanto scriveva Schuller a proposito della “third stream”:

Non è jazz con il contributo di archi

Non è jazz suonato con strumenti "classici"

Non è musica classica suonata da jazzisti

Non è un innestare Ravel in mezzo a gli accordi del be-bop e nemmeno il contrario

Non è jazz in forma di fuga.

Non è una fuga suonata da jazzisti

Non è un modo per distruggere il jazz o la musica classica; è semplicemente un'altra opzione tra le tante per i musicisti creativi di oggi.

E, aggiungiamo noi, un altro modo per ricordarci che nella grande musica, di qualsiasi provenienza sia, i confini non esistono.